Nel cuore di Aung San Suu Kyi

Massimo Morello

"Non ci sono più pesci in mare né uccelli in cielo". A parlare della sua terra in toni biblici è una buddista: Daw, la Signora, Tin Mar Aung, che per quasi vent’anni è stata l’ombra, la confidente, il capo dello staff della più famosa Signora birmana, Aung San Suu Kyi. Medico, figlia di un medico impegnato in politica a fianco di Suu Kyi, educata in Inghilterra, attiva in programmi di salute pubblica anche per l’Onu, nel 2016 Tin Mar era uno dei possibili candidati alla presidenza, quale avatar di Suu Kyi, che per una norma costituzionale ad personam non può ricoprire tale carica. Poi, d’improvviso, le due Signore si sono allontanate. “Le ho detto: non posso lavorare con te tutta la vita” spiega Tin Mar. “Era arrivato il momento di dedicarmi alla mia terra, ignorata, negletta”.

   

Quella terra da cui sono scomparsi pesci e uccelli è la regione del Rakhine (o Arakan) e i responsabili della catastrofe, secondo Tin Mar Aung, sono due: i bamar, l’etnia dominante in Birmania (di cui Suu Kyi è l’incarnazione), che ha sfruttato l’Arakan e il suo popolo, e i rohingya. Anche se lei si rifiuta di pronunciarne il nome, continuando a chiamarli bengali e rivolgendo uno sguardo di muta disapprovazione a chi si riferisce a quel popolo con il nome ormai tristemente noto in tutto il mondo.

 

“Il governo birmano ora si sta focalizzando solo sul rimpatrio dei bengali, non sui poveri dell’Arakan. La fiducia si è spezzata”

“Non abbiamo mai sentito parlare di rohingya. Tutto quello che sappiamo di loro è che vengono dal Bengala” precisa Mra Sabai Nyun, cugina di Tin Mar, che ci ospita nella sua casa di Yangon. “C’è una storia che spiega l’origine del nome rohingya: a Chittagong, in Bangladesh, non riescono a pronunciare il nome Rakhine. Dicono rrrocan”, racconta e rifà il verso con voce gutturale.

 

Tin Mar e sua cugina rappresentano l’altra voce, poco ascoltata a livello internazionale ma sempre più forte in Birmania, che racconta un’altra versione della storia ormai divenuta la nuova emergenza umanitaria globale. Sono arakanesi, buddiste, legate alla loro terra da un rapporto atavico. “Il legame è il sangue” dice Tin Mar, che paragona gli arakanesi agli ebrei. Un’idea che ha ulteriormente maturato in un viaggio in Israele. “La storia di Israele ha molto a che fare con noi. Condividiamo un rapporto di sangue con la terra d’origine”, ripete.

 

Secondo alcuni osservatori occidentali, le opinioni “bigotte” di Tin Mar avrebbero “infettato” Aung San Suu Kyi determinando quella metamorfosi kafkiana che l’ha trasformata da icona di libertà a complice di “crimini contro l’umanità”. Il museo dell’Olocausto di Washington, due giorni fa, ha ritirato un premio che aveva dato alla Signora: non ha condannato a sufficienza le violenze contro i rohingya, e non ha fermato gli attacchi militari contro di loro, dice il comitato del museo. Anche il Premio Nobel è in bilico: circolano petizioni per toglierle l’onorificenza presa nel 1991. Ma forse non è stata Tin Mar a determinare questa trasformazione, anzi: secondo alcuni, le due donne si sarebbero allontanate proprio per disaccordi sul modo di affrontare la questione arakanese. Forse è stato proprio per il suo radicalismo autonomista che alla fine Aung San Suu Kyi ha sostenuto la candidatura presidenziale del vecchio amico e collaboratore Htin Kyaw. Scelta che Tin Mar potrebbe aver vissuto come un tradimento compiuto alle sue spalle da un’altra comune amica, Su Su Lwin, la moglie del nuovo presidente. Tin Mar ricorda con una certa tristezza di quando tutte e tre si ritrovavano nella casa dove Suu Kyi ha trascorso quasi vent’anni agli arresti domiciliari, riordinando la libreria, “a chiacchierare, come fanno sempre le donne”.

 

Tutti questi intrighi personali, etnici e politici e queste discordanze di giudizi sono lo specchio della confusione di narrazioni su questa vicenda, tra fake news e numeri di vittime che aumentano in maniera esponenziale. “Un’operazione di distrazione di massa” dice Tin Mar, che denuncia l’“interpretive reporting” pilotato dalle lobby islamiche in Qatar o in Gran Bretagna e dalle ong a caccia di nuove cause.

 

Ma anche lei alimenta la confusione, almeno per quanto riguarda il suo giudizio su Suu Kyi. “Lei, Daw Suu Kyi, che cosa poteva dire? Cosa poteva fare?”, dice Tin Mar, giustificando la presunta ignavia di Suu Kyi coi limiti oggettivi del suo potere, sottoposto al controllo dei militari. A questa assoluzione, tuttavia, segue una velata accusa. “Il governo adesso si sta focalizzando solo sul rimpatrio dei bengali, non sui poveri dell’Arakan. La fiducia si è spezzata. Non sappiamo chi gioca e da che parte sta. E ora il popolo dell’Arakan diffida del governo, mentre qualcuno nel governo comincia a essere intimidito dai terroristi rohingya”, dice, virgolettando con le dita le ultime due parole.

 

Del resto, se è vero che a livello globale la narrazione di questa storia appare spesso univoca, quella di Tin Mar e degli arakanesi buddisti è estrema. “In Arakan buddisti e musulmani vivevano in pace, non c’erano i presupposti di una guerra di religione. Ma poi alcuni mullah locali l’hanno fatta divenire tale. In molti villaggi vige la sharia e gli abitanti sono addestrati e indottrinati in Bangladesh. I bengali vogliono trasformare l’Arakan in uno stato islamico”, afferma Tin Mar che giustifica molte delle violenze contro i villaggi rohingya come azioni di risposta agli attacchi dei bengali contro i villaggi arakanesi. “Gli arakanesi vorrebbero vivere sicuri, ma non si sentono sicuri”.

 

Secondo Tin Mar, tuttavia, lo scontro è soprattutto culturale. “I bengali trattano male le donne, non si integrano, vogliono imporre il loro modello di vita”. Ad ascoltarla sembra di sentire i cahiers de doléances ripetuti in Europa nei confronti dei migranti: i rohingya nei campi profughi in Arakan vivono bene, hanno il cellulare, godono di moltissime facilitazioni, portano via il lavoro ai locali, lavorano a costi inferiori, vendono gli aiuti internazionali. E ancora: “I bengali distruggono i battelli arakanesi. Così possono pescare solo loro e mandare il pesce a Yangon”.

 

Gli intrighi personali, etnici e politici e le discordanze di giudizi sono lo specchio della confusione di narrazioni su questo massacro

Come spesso accade, alla radice di tutto c’è una guerra tra poveri. “L’alcol è più economico dell’acqua in Arakan”, dice Tin Mar: frase che ben definisce la condizione degli arakanesi, i più poveri di una nazione povera come la Birmania. E così, mentre i movimenti armati dei rohingya stanno alzando il livello dello scontro, riprende la lotta anche l’Arakan Army, un gruppo di guerriglieri indipendentisti, che sarebbe il vero responsabile delle atrocità compiute contro i rohingya e probabilmente dei recenti attentati a Sittwe, la capitale dell’Arakan.

 

“La situazione è degenerata anche perché l’Arakan è divenuto strategico per ogni genere di traffici”, dice Tin Mar. Si riferisce sia alla droga, che da qui si diffonde nel sud-est asiatico e nell’Asia del sud, sia, soprattutto, ai traffici tra governo birmano, Cina, India e Asean e che avranno il loro terminale nel porto di Kyauk Phyu, sulla costa dell’Arakan. Da là partirà un oleodotto che ogni giorno porterà in Yunnan quasi mezzo milione di barili di greggio. Senza contare il valore strategico: per i suoi fondali si presta come ottima base di sommergibili.

 

Insomma l’Arakan continua a essere la tessera chiave in un domino che inizia a comporsi con la conquista del regno arakanese da parte dei birmani duecento anni fa, prosegue con il colonialismo britannico e si complica con i clamorosi errori della “partition”, la spartizione dell’Impero britannico in India del 1947, quando molti rohingya speravano di divenire cittadini dell’East Pakistan (oggi Bangladesh) a maggioranza musulmana.

 

“Mio padre un giorno mi ha detto: l’Arakan sarà il centro del mondo”, ricorda Tin Mar. Una profezia che sembra avverarsi, anche se non nella forma sperata. Le tensioni create in Arakan (e alimentate altrove in buona e cattiva fede) rischiano di innescare altri conflitti etnici in Myanmar e nuove tensioni tra i paesi dell’area. “Bisognerebbe fare un po’ di silenzio, far calmare le acque”, suggerisce Tin Mar. Probabilmente è d’accordo anche Aung San Suu Kyi.

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