Ma poi come va a finire tra Donald e Kim?

Giulia Pompili

Roma. “Vorrei esprimere la mia gratitudine a due leader che hanno preso una decisione difficile, ma che dimostra coraggio e saggezza”, ha scritto su Twitter il presidente sudcoreano Moon Jae-in, il vero protagonista di uno dei momenti più cruciali della storia dell’Asia. Ed è soprattutto grazie a Moon, e alla ferrea volontà dell’Amministrazione di Seul di riaprire il dialogo con Pyongyang, che il leader nordcoreano Kim Jong-un ha potuto inviare un messaggio diretto a Donald Trump – l’invito a incontrarsi di persona, invito che Trump ha accettato nel giro di poche ore.

 

Se tutto andrà bene, a fine maggio sarà la prima volta nella storia che un presidente americano in carica incontra in via ufficiale un reggente della dinastia dei Kim. Il giovane leader, definito nei documenti ufficiali solamente “chairman”, per via del fatto che né la Corea del sud né gli Stati Uniti riconoscono formalmente la Corea del nord, è lo stesso che nel settembre dello scorso anno è andato per la prima volta in televisione, parlando in prima persona, per rispondere alle provocazioni che Trump lanciava via Twitter, definendo il tycoon con il famoso “dotard”, vecchio rimbambito. Secondo quanto riferito venerdì da Chung Eui-yong, capo della Sicurezza nazionale sudcoreana, nella breve conferenza stampa che si è svolta direttamente alla Casa Bianca, lo stesso Kim adesso sarebbe disposto a “parlare” di denuclearizzazione, a fermare i test missilistici e atomici e ad accettare l’inizio delle annuali esercitazioni militari tra America e Corea del sud. Sono parecchie concessioni, per chi fino a venerdì aveva impostato la retorica di propaganda sul fatto che l’arsenale nucleare e missilistico è indispensabile per “la difesa del paese” e che le esercitazioni militari degli alleati sono “atti di guerra”. Ma Victor Cha – uno dei più esperti negoziatori con la Corea e l’uomo che avrebbe dovuto guidare l’ambasciata americana a Seul poi allontanato all’ultimo momento –  ha scritto venerdì sul New York Times che “negli anni di negoziazioni con la Corea del nord ho capito che il regime non concede niente gratis”. Secondo Cha, Kim Jong-un si trova di fronte a un presidente americano che non gli ha ancora concesso nulla (“fermare le sanzioni, pagare per i meeting”, sono gli errori fatti dalle vecchie Amministrazioni pur di negoziare, scrive Cha) ed è solo concedendo un aiuto politico che può ottenere, per esempio, un allentamento delle sanzioni economiche.

 

Cruciale, almeno simbolicamente, è dove i due si incontreranno. Si parla della Svizzera, dove Kim Jong-un ha studiato, o in uno dei due lati della Zona demilitarizzata, dove a fine aprile si terrà il terzo summit intercoreano tra Kim e Moon. Sin da quando ha preso il potere dopo la morte del padre, nel dicembre del 2011, (per quel che ne sappiamo) Kim Jong-un non è mai uscito dal paese, non ha mai incontrato leader stranieri. Se guardiamo alla storia di incontri simili, ai massimi livelli, sappiamo che nella testa di Kim il vertice con Trump dovrebbe essere organizzato a Pyongyang. In quel modo la stampa di regime potrebbe mostrare ai cittadini che il capo del mondo libero, l’uomo più potente del mondo, è andato a fare la pace trattando direttamente con Kim, cioè con il capo di una potenza nucleare. “Dico da mesi che si sarebbe potuti arrivare a questo nel momento in cui la Corea del nord si fosse sentita alla pari militarmente con gli Stati Uniti, come accaduto con l’Unione sovietica”, dice al Foglio Antonio Fiori, docente dell’Università di Bologna e uno dei massimi esperti di politica asiatica, che invita alla cautela: “Da qui a maggio possono cambiare molte cose: sia Trump sia Kim sono maestri di giravolte”. 

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.