Una banana nel sedere

Giulio Meotti

Roma. In Turchia le autorità sotto Recep Tayyip Erdogan hanno censurato un po’ tutto: Shakespeare, Brecht, Chopin, Apollinaire e Burroughs. Chi avrebbe mai pensato che la Germania avrebbe subìto un simile ricatto? Il marchio di fabbrica dell’artista renano Thomas Baumgärtel è la banana. Per anni, Baumgärtel ha usato il simbolo di Andy Warhol per irridere il potere e i potenti. Così ha dipinto il presidente degli Stati Uniti Donald Trump con una banana in bocca. Poi ha realizzato un quadro con il presidente turco Erdogan con i pantaloni tirati giù e una banana nel sedere. Dice di averlo fatto in segno di solidarietà con i tanti giornalisti, intellettuali e scrittori turchi in carcere (i fratelli Altan sono stati appena condannati all’ergastolo).

 

Baumgärtel per quel quadro ha ricevuto minacce di morte da parte dei sostenitori di Erdogan ed è stato posto sotto protezione della polizia. Il quadro può essere visto alla celebre Art Karlsruhe. O sarebbe meglio dire, poteva essere visto. Perché l’opera è stata tirata via. Il gallerista Michael Oess lo ha raccontato al settimanale Stern. “Non ti accadrà nulla di buono”, gli hanno detto alcuni turchi, fra cui il giornalista Mehmet Cek, un sostenitore di Erdogan che vive in Svizzera, di cui il giornale svizzero Tages-Anzeiger scrive di essere “noto per la sedizione”.

 

In un video su Facebook, Cek spiega che la bandiera e il presidente turco sarebbero stati “denigrati”. La galleria ha ceduto, per non mettere a repentaglio la sicurezza, e ha censurato l’opera d’arte senza consultare Baumgärtel, che ora dice che la libertà di espressione è minacciata in Germania. “Se la scena artistica non regge, possiamo davvero chiudere tutti” ha detto l’artista, constatando che una piccola, agguerrita minoranza determina quale arte possa essere mostrata nello spazio pubblico e quale no. Va da sé invece che il quadro con la banana di Trump sia rimasto visibile al pubblico. L’America non è la Turchia. Neppure il dittatore nordcoreano Kim Jong-un in sella a un missile-banana è sparito, solo Erdogan.

 

Il quotidiano turco filogovernativo Daily Sabah ha parlato di “attacco razzista e volgare contro il presidente turco”. Non è la prima volta che la libertà di espressione in Germania finisce sotto scacco a causa del presidente turco e dei suoi sostenitori. Due anni fa, Erdogan ha sporto denuncia contro il comico tedesco Jan Böhmermann per un “poema diffamatorio”, in cui si accusa Erdogan di “reprimere le minoranze, prendere a calci i curdi e picchiare i cristiani”. La Zdf rimosse il video di Böhmermann, prima ancora che arrivassero le proteste turche; Angela Merkel vacillò sulla difesa dei giornalisti e la magistratura accettò senza battere ciglio le richieste turche di incriminare il comico blasfemo. Un giudice alla fine stabilì il divieto per Böhmermann di ripetere in pubblico quei versi. Dopo settimane di reclusione dalla vita pubblica ed essere finito sotto scorta, Böhmermann rilasciò un’intervista al settimanale Zeit: “Ho provato a spiegare ai telespettatori, sulla base di un pezzo satirico di quattro minuti, cosa distingue una democrazia liberale da un’autocrazia, alla quale non importa nulla della libertà di espressione”. Ecco, forse ad avere una banana infilata nel sedere non è Erdogan, siamo noi.

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