In Siria i perdenti e gli assadisti hanno bisogno di un bagno di realismo

Daniele Raineri

Roma. La crisi nella Ghouta, dove un numero imprecisato di civili – forse centinaia di migliaia – è intrappolato alla periferia di Damasco sotto bombardamenti di intensità senza precedenti da parte di Siria e Russia, è “soltanto” un episodio acuto di una guerra che sta per entrare nell’ottavo anno. Ad andare oltre e a guardare questo conflitto da lontano si vede che ci sono due punti di realismo con cui devono fare i conti tutti. Sia gli assadisti sia gli anti assadisti. Il primo punto di realismo è che il regime di Damasco finirà per prevalere – anzi lo ha già fatto, il resto della guerra sarà cruda routine militare dal finale scontato – perché il vantaggio di forza che ha rispetto ai suoi nemici grazie all’intervento di Russia e Iran è troppo. Anche i doppi negoziati in corso a singhiozzo ad Astana e a Ginevra non sono che il riconoscimento laborioso di questa realtà di fatto. E l’accordo sulle cosiddette aree di de-escalation, che prevede la sospensione delle ostilità in alcune aree, è un grosso aiuto alla strategia del regime di Damasco, che vuole riprendersi tutto il paese un’area dopo l’altra – ricordate il discorso di Assad nel giugno 2016? “Pollice per pollice” – e trova naturalmente vantaggioso concentrare le forze su un fronte alla volta invece che disperderle per tutta la Siria. Lo stesso cessate il fuoco nella Ghouta sponsorizzato in questi giorni dalle Nazioni Unite non fa altro che spostare un po’ più in là nel tempo la capitolazione di un’enclave stremata. In breve: Assad ha alleati esterni molto potenti, gli anti Assad avevano alleati esterni che hanno smesso di credere nella vittoria da un bel pezzo. Chi non si adegua a questa realtà subirà il trattamento Ghouta e nessuno farà nulla.

  

Il secondo punto di realismo tocca invece agli assadisti. Ancora nessuno riesce a spiegare come funzionerà la Siria dopo la capitolazione delle aree ribelli e come sarà guarita questa lacerazione nazionale. Non si potrà. La rivoluzione popolare è scoppiata nel 2011 perché c’era molto malcontento contro Assad (sebbene “vinca” le finte elezioni con percentuali strabilianti, 97 per cento nel 2007 e 88 per cento nel 2014). Quel malcontento del 2011 è da moltiplicare per dieci nel 2018 e nessun piano di pace ancora ha chiarito come sarà risolto questo punto, anche quando le fazioni salafite che oggi dominano l’opposizione fossero tolte di mezzo. Dovremmo credere che gli abitanti della Ghouta tenuti sotto assedio dalla primavera 2013 torneranno a mescolarsi al resto della popolazione della capitale come se nulla fosse successo, a fumare la shisha nei locali assieme alla Guardia repubblicana in libera uscita, e che così succederà anche nel resto del paese? In realtà queste capitolazioni sono finite sempre – fino a oggi – con lo spostamento forzato in territorio ribelle di una parte della popolazione, è successo a Hama, è successo ad Aleppo, succederà anche a Damasco, ma presto non ci sarà più territorio ribelle per accogliere i transfughi. Chi ci dice che nessuno degli adolescenti della Ghouta cresciuti sotto le bombe non prenderà in mano un’arma nel giro di pochi anni? Gli alleati iraniani potranno restare per sempre, anche se una settimana sì e una no sono bombardati dai jet israeliani (e c’è da notare che fronteggiano molto malumore anche in casa loro…)? Gli alleati russi potranno restare per sempre, sebbene abbiano già dichiarato vittoria e conseguente ritiro delle truppe a dicembre? L’idea di riportare il paese a prima del 2011 con la forza bruta sembra una ricetta per decenni di disastri in stile Afghanistan. Eppure il motto assadista è lo stesso dal 2011 e non cambia: “Assad o bruciamo il paese”. Questo è un problema che si ripresenterà.

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