La Brexit di Corbyn

Paola Peduzzi

Jeremy Corbyn, leader del Labour britannico, ha inaugurato ieri la “settimana dei discorsi” sulla Brexit: domani il punto lo farà il caponegoziatore europeo Michel Barnier e venerdì, ancora da confermare ma quasi certo, toccherà alla premier Theresa May fare un po’ di chiarezza su quel che il governo di Londra s’aspetta dal divorzio con l’Unione europea. Dopo aver indugiato sulle tante proposte che nei mesi sono state presentate dall’esecutivo e dai suoi ministri conservatori, Corbyn ha detto che il Labour vuole “una nuova e onnicomprensiva unione doganale” tra il Regno Unito e l’Ue e sostiene “una nuova e forte relazione con il mercato unico” europeo. Dopo aver fatto dell’ambiguità la sua strategia, Corbyn ha deciso di precisare la posizione laburista sulla questione che definisce l’essenza stessa della Brexit – dentro o fuori – e ha lasciato volutamente non espressa la data in cui questo nuovo rapporto si concretizzerà: il periodo di transizione, che era stabilito di due anni a partire dal 29 marzo 2019, non ha più confini temporali categorici.

 

Corbyn non vuole un secondo referendum come chiedono molti movimenti e molte organizzazioni nati nelle ultime settimane, bensì un voto parlamentare “significativo”: la volontà degli inglesi, espressa nel giugno del 2016, può essere corretta e modellata soltanto dal Parlamento. Così facendo, il leader del Labour chiama a sé i conservatori che sono a disagio con la prospettiva di “hard Brexit” o “clean Brexit” o “liberal Brexit” avanzata dal governo, cioè inizia a fare quell’opposizione al governo che i suoi parlamentari gli chiedono. L’ambiguità non è del tutto sfumata, su molti temi – l’immigrazione in particolare – Corbyn ribadisce convinzioni da buon brexiteer qual è, così come rifiuta ogni possibilità che sia l’istinto liberale a forgiare la vita del Regno dopo il divorzio dall’Ue: ci vuole più stato, più interventismo, per far sì che la Brexit non diventi un altro fardello per i “dimenticati”. Ma ora Corbyn può ripartire con il suo spin ambiguo – ha arruolato come consulente part time il chief of staff del leader sindacalista McCluskey – e lasciare che siano i conservatori a sbraitare e bisticciare, terrorizzati come sono di perdere in un colpo solo potere e possibilità di costruire una Brexit ragionevole.

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