Dopo Parkland. Non è soltanto questione di legge

Mattia Ferraresi

Roma. Dopo la strage di Parkland, in Florida, e il diluvio di proteste intorno alle leggi che regolano il possesso di armi da fuoco, è sembrato per un momento che Donald Trump, il meno convenzionale dei presidenti repubblicani, potesse trovarsi in una posizione vantaggiosa per stimolare la meno convenzionale delle riforme per l’America che porta il diritto di avere armi impresso nella costituzione materiale, oltre che in quella scritta. Il palazzinaro figlio dei “New York values” aveva scritto, una ventina d’anni fa, di essere favorevole al divieto per le armi d’assalto e in altri contesti aveva fatto capire l’ovvio, cioè che la questione delle armi da fuoco non è fra i temi che Trump sente istintivamente come prioritari. La visita ai sopravvissuti di Parkland assieme alla first lady ha prodotto una forte impressione nel presidente, che ha subito promesso “azione” per fermare quelli come Nikolas Cruz, lo stragista sparatore che aveva ottenuto in modo legale l’arma della strage, ma i cui segnali di pericolosità erano stati colpevolmente ignorati da polizia ed Fbi. Nel giro di qualche giorno la volontà di azione del presidente si è ridotta ad iniziative minori su cui, peraltro, l’ufficio presidenziale può poco senza l’intervento del Congresso: il bando dei “bump stocks”, i dispositivi che permettono ai fucili di sparare alla velocità di armi automatiche, l’estensione dei controlli per acquistare un’arma, l’innalzamento a 21 anni dell’età minima per comprare un fucile d’assalto e una vaga riforma per armare il personale scolastico opportunamente addestrato. Ieri nel suo discorso al Cpac, Trump ha ripetuto le sue proposte, sottolineando la necessità di “mettere in sicurezza le scuole” e fare più stringenti “background checks”, cosa leggermente in contrasto con la linea dei “patrioti” della National Rifle Association.

    

La posizione del presidente si è normalizzata, tornando in sostanziale armonia con la Nra, che come da protocollo della comunicazione ha evitato di esprimersi ufficialmente nei giorni del lutto, e poi è ritornata al contrattacco con il presidente, Wayne LaPierre, e la regina dei fucili, Dana Loesch.

  

Jonathan Swan di Axios ha spiegato così il riallineamento trumpiano: “Probabilmente non capisce del tutto il significato culturale delle armi da fuoco nell’America di mezzo. Ma crede che siano le questioni culturali, non quelle politiche, che davvero muovono le cose”, un’osservazione che pare desunta dalla “verità centrale del conservatorismo” secondo Daniel Patrick Moynihan: “E’ la cultura, non la politica, che determina il successo di una società”. E quando si tratta di armi da fuoco, la cultura americana lega il diritto al loro possesso libero e assai poco regolato al “diritto naturale alla resistenza e all’autodifesa”, come ha scritto una volta il giudice Antonin Scalia, collocando il Secondo emendamento nel suo ambito proprio, quello della libertà individuale e dell’autodeterminazione. David French, avvocato conservatore nevertrumper che per un breve periodo ha accarezzato l’idea di una candidatura alternativa al tycoon arancione, scrive che “il dibattito sulle armi è, nella sua essenza, sulla vita e la morte. E’ un dibattito su diversi modi di vita, diversi modi di concepire il proprio ruolo in una nazione e in una comunità”, e nel caso dell’America la nazione e la comunità sono nate in seno al ruvido mito individualista della frontiera, non in un panorama normativo in cui lo stato è l’unico detentore legittimo dell’uso della forza. Una parte del paese, com’è noto, pensa che guns kill people, è la sbrigliata disponibilità di armi a generare i massacri, e che dunque la regolamentazione di queste fermerebbe le stragi come quella di Parkland. E’ la “verità centrale del liberalismo”: “La politica può cambiare la cultura e salvarla da se stessa”. La storia recente, però, mostra che la cultura delle armi, impressa com’è nell’anima americana, è più forte della politica del gun control : dopo la strage di Sandy Hook del 2012 il Senato, controllato dai democratici, non ha trovato i voti per approvare la proposta di legge per bandire le armi d’assalto. Sedici senatori di sinistra hanno votato contro la proposta di Obama. E’ l’eterna tensione fra la cultura e la politica.

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