La protesta contro le armi mette in difficoltà politici e cospiratori

Paola Peduzzi

Milano. Contro i “sicko shooters”, gli sparatori malati di mente che entrano nelle scuole e fanno strage di compagni e professori, servono degli insegnanti addestrati, che sappiano maneggiare le armi, e facciano da deterrente contro gli assalitori. Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, in una sessione twitterola mattutina, giovedì ha specificato il suo programma di addestramento per gli adulti che lavorano nelle scuole, dopo che – secondo lui – le sue parole su “armare gli insegnanti” erano state malinterpretate dai soliti media pregiudizievoli. Se in una scuola ci sono “very weapons talented teacher, gli sparatori psicopatici non avranno più il coraggio di presentarsi armati, “i codardi non arriveranno... problema risolto. Bisogna attaccare, la difesa da sola non basta!”. C’è chi ha ribattuto che un malato di mente armato mette in conto di non uscire vivo dalla sua missione omicida, ma Trump è molto convinto della propria strategia: alle armi si risponde con le armi. Non è esattamente in linea con un “gun control”, ma con tutta probabilità non è questo l’obiettivo del presidente, che in un tweet successivo ha ricordato che non bisogna prendersela con la National Rifle Association (Nra) e i suoi leader, “la gente non capisce o non vuole capire” che loro sono “grandi persone e grandi patrioti americani, amano il loro paese e faranno la cosa giusta”.

 

La cosa giusta è quel che chiedono gli studenti, i genitori e gli insegnanti della scuola di Parkland, in Florida, dove la settimana scorsa è arrivato un “sicko shooter”, un ex studente, con una carabina, ha sparato, è andato a caccia dei compagni e professori, ne ha uccisi dicassette e tra loro anche quattro ebrei – lui che scriveva online di odiare gli ebrei. Da questa strage è nato un movimento spontaneo, ragionevole, potentissimo che sta mettendo l’America di fronte alla propria coscienza, chiedendo: basta con le parole, agite, non vogliamo avere paura. Una delegazione di sopravvissuti e di genitori stravolti dal dolore è andata a Washington a chiedere, con semplicità straziante: “Fix it”, sistemate questo obbrobrio di sangue e terrore. E’ con questa stessa semplicità straziante che ragazzi e genitori hanno messo in difficoltà anche il senatore Marco Rubio, durante un dibattito trasmesso su un’emittente della Florida: il padre di una ragazza uccisa a Parkland con degli spari nella schiena ha avuto l’applauso più lungo quando ha chiesto a Rubio perché non si scusava invece che continuare a ripetere che alcune armi – anche quella usata nell’ultima strage – non dovevano incluse tra quelle vietate.

 

Semplicità, ragionevolezza, dolore. Non c’è formula più potente, e infatti puntuale è arrivata l’ormai consueta risposta viscida di quegli avvelenatori di pozzi che sono i troll, i bot, gli account della galassia ultraconservatrice e russa. Mercoledì, per un breve periodo di tempo, il video “trending” al primo posto su YouTube era quello di David Hogg, sopravvissuto alla strage, uno dei volti di quella protesta che sta diventando nazionale e che il 24 marzo marcerà a Washington. L’utente “mike m.” ha caricato un video dello studente diciassettenne che risale allo scorso agosto, un’intervista che aveva rilasciato, con la scritta: è un attore, non uno studente. Di lì a poco, il video è stato condiviso e visualizzato a un ritmo forsennato, anche “mike m.” ha finto stupore rispondendo al New York Times, e rivelando di essere un cinquantunenne dell’Idaho. Il meccanismo lo conosciamo, è sempre lo stesso, sta avvelenando politica, informazione, dibattito pubblico e anche la nostra vita quotidiana. “mike m.” ha detto che non vuole smettere, anche se questo video è stato tolto da YouTube, “c’è qualcosa di strano in quel ragazzo”, “qualcosa che i grandi media tradizionali non raccontano”. Una sensazione, una presunzione, un passaparola velenoso per provare a contenere la forza della semplicità. 

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