Il tempo fermo della Brexit

Paola Peduzzi

Per quanto tempo è per sempre?”, chiede Alice a Bianconiglio. “A volte solo un secondo”, risponde lui. Il tempo, nel Regno Unito che combatte con la Brexit, sembra quello del Paese delle Meraviglie: l’orologio che segna sempre le sei, e c’è perennemente la tavola apparecchiata per il tè, il Cappellaio che parla con il tempo, la Regina che urla: “Sta uccidendo il tempo, tagliategli la testa!”, il coniglio che guarda l’orologio di continuo ed è sempre in ritardo, Alice che lo batte, il tempo, mentre fa musica, e così il tempo non la sopporta, e non fa quel che lei vorrebbe. Un tempo stravolto, un tempo sospeso.

 

Nel Regno Unito, il tempo scorre veloce, la scadenza del negoziato per la Brexit è a poco più di un anno, bisogna capirsi, accordarsi, scrivere documenti, firmarli, far votare il Parlamento. Bisogna prepararsi, soprattutto: ma avviene il contrario. Si cerca di portare tutto indietro, tutto a com’era, e così l’orologio sembra essersi fermato, segna sempre la vigilia del referendum sulla Brexit del giugno del 2016. Stesso dibattito, stessi argomenti, stessi autobus rossi, stessi scontri, stesse bolle, un po’ di stanchezza in più, perché Bruxelles urla come la Regina, e cresce la paura che si finisca così, con una condanna “feroce”, come la chiama Alice.

 

“Per quanto tempo è per sempre?”, chiede Alice al Bianconiglio. “A volte solo un secondo”, risponde

Esattamente due anni fa – ricorda il Financial Times – l’allora premier inglese David Cameron chiuse i negoziati con Bruxelles per tenere il Regno Unito nell’Unione europea. Ora molti gruppi, alcuni nuovi altri già esistenti da tempo, hanno fatto partire una campagna che durerà sei settimane, in vista del voto parlamentare sulla permanenza del Regno nel mercato unico, per “riuscire laddove Cameron fallì”. Obiettivo: fermare la Brexit, “ma non parliamo più di secondo referendum, ce ne sono stati già a sufficienza di referendum sulla Brexit”, dice al Foglio James Clarke, uno dei fondatori di Renew, un partito nato l’anno scorso che ha lanciato lunedì la campagna contro la Brexit.

 

Un partito, sì: a lungo, dopo il voto del giugno del 2016, si era parlato di creare il partito “del 48 per cento”, dando voce a chi aveva votato per rimanere in Europa. I liberaldemocratici speravano di attirare i moderati dalla loro parte, sia i moderati conservatori sia quelli laburisti, ma la loro forza d’attrazione, già bassa, evaporò in breve tempo. Allora i moderati laburisti pensarono che fosse loro il compito di fare da calamita: il NewStatesman, magazine di sinistra, dedicò un numero intero alla questione facendo intendere che fosse quasi fatta, il partito anti Brexit stava per nascere. Allo slancio europeista mancava però un leader, una guida in grado di maneggiare il tempo. C’era Tony Blair, il primo a introdurre nel dibattito post referendario il concetto “è possibile cambiare idea”, ma non poteva evidentemente essere lui il capo del partito. Così non accadde nulla.

 

Renew è nato dopo le elezioni del 2017, quelle in cui i Tory di Theresa May persero la maggioranza in Parlamento e il Labour di Jeremy Corbyn ottenne il 40 per cento dei consensi, “successo straordinario”, uno di quei casi in cui sembra che chi arriva secondo sia arrivato primo. “Io e altri ci eravamo presentati come indipendenti nelle nostre circoscrizioni con un programma anti Brexit – racconta Clarke – Non ci conoscevamo, ma dopo le elezioni ci siamo incontrati e abbiamo deciso di creare il nostro partito ‘per rinnovare la Gran Bretagna’” e naturalmente tenerla in Europa.

 

Un partito dal basso, l’En Marche in versione inglese, hanno scritto molti giornali internazionali. “Lo dicono loro, non noi”, precisa Clarke, che ha avuto contatti informali con il partito del presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, e ne ha studiato il modello – “se è stato possibile creare lì questo template può funzionare anche qui” , spiega – ma che sa bene che il paragone non regge. Nel Regno Unito non c’è un Macron anti Brexit. “Il nostro modello è un altro – dice Clarke – e si fonda su un gruppo, su un team di persone molto diverse tra loro, con esperienze in vari campi: non siamo un progetto narcisista, non perseguiamo nessun culto della personalità. Tutti sono benvenuti se vogliono unirsi a noi, ma non c’è un leader unico cui fare riferimento”. Collaborazione è la parola chiave, assieme alla mobilitazione.

 

James Clarke è uno dei fondatori di Renew e ci racconta questo progetto basato sulla collaborazione, non sulla vanità

Renew è un partito – presenterà candidati nelle 600 e più circoscrizioni del paese alle prossime elezioni – ma opera in stretto contatto con gli altri gruppi che sono nati nelle ultime settimane per il “blitz anti Brexit” in vista del voto in Parlamento. James Clarke racconta che a Londra il partito divide gli uffici con altri movimenti, Best for Britain è il più famoso, non foss’altro perché è finanziato dalle Open Society Foundations di George Soros, ed è finito su tutti i giornali come l’esempio plastico degli errori del passato: élite danarose contro il popolo. Con Best for Britain si entra dalla porta principale di quella galassia di movimenti anti Brexit che è molto vivace e attiva ed entusiasta e giovanile e che l’ex ministro laburista, nonché candidato brevemente alla leadership del Labour, Chuka Umunna, ha organizzato all’interno di un’unica coalizione, che comprende anche Open Britain (500 mila membri: inizialmente era per una “soft” Brexit, ora per fermarla) e il magazine New European, che è diventato l’organo di informazione del mondo anti Brexit. Collabora, anche se ci tiene a sottolineare che non è finanziato da Soros, anche Lord Adonis, che ha lanciato Our Future Our Choice, un movimento anti Brexit che chiede un secondo referendum e che è già partito per il suo giro nelle terre della Brexit, lontano da Londra, rifugio rassicurante che però falsa la prospettiva. Ieri è partito da Westminster anche l’autobus rosso di “Brexit: Is it worth it?”, ne vale la pena?, con la scritta: “La Brexit ci costerà duemila milioni di sterline a settimana, lo dice un report del governo”: è la risposta (“più snella”, precisano gli organizzatori) al famigerato autobus rosso dei sostenitori della Brexit, con quel dato – si risparmiano 350 milioni di sterline a settimana per il sistema sanitario – che è diventato il simbolo delle falsificazioni sulla Brexit.

 

I metodi non sono molti diversi da quelli del 2016, insomma, anche se oggi c’è molto più entusiasmo, molta più consapevolezza, molti più dettagli su quella che Clarke definisce “la realtà della Brexit” e non le ipotesi o le proiezioni o le previsioni, e quella questione del tempo, che su un orologio scorre veloce e sull’altro pare fermo. Resta la domanda inevitabile: perché non vi mettete tutti insieme? Clarke risponde che si organizzano e si organizzeranno eventi insieme, “ma noi siamo un partito”, la logica è diversa. Gli altri se la cavano dicendo “siamo una rete”, ma resta il dubbio che tante sigle diverse, tante iniziative diverse finiscano per risultare dispersive, o poco riconoscibili. O peggio ancora: uguali a quelle che c’erano prima del referendum del 2016, e che già hanno fallito.

 

Il Labour approfitta della propria ambiguità, “ma non rappresenta né i suoi deputati né i suoi elettori. E’ stato dirottato dall’ala radicale” 

“Quelli che fanno campagna contro la Brexit hanno da sempre tre debolezze – scrive Henry Mance del Financial Times – La percezione che stiano tentando di ribaltare un voto democratico; la mancanza di un leader di alto profilo; l’alleanza con membri delle ‘élite globali’, come Soros, come Blair, come l’ex vicepremier liberaldemocratico Nick Clegg”. Sono sempre le stesse debolezze, nel tempo sospeso del Regno Unito. E sempre lo stesso problema: il Labour di Jeremy Corbyn, che potrebbe fare opposizione decisa nei confronti della Brexit, approfittando dell’unico grande cambiamento che c’è stato da allora a oggi, e cioè che i Tory non hanno più la maggioranza in Parlamento, ma non lo fa. James Clarke dice che “il Labour è stato dirottato dalla sinistra radicale: la maggior parte dei parlamentari laburisti e degli elettori laburisti è pro Europa, ma la leadership non rappresenta né i suoi deputati né i suoi elettori. Si comporta in modo cinico, perché pensa di aver più possibilità di andare al governo se rimane disonesto riguardo alla Brexit e riguardo alle conseguenze della Brexit”. Lo showdown è previsto per marzo, quando si dovrà votare sulla permanenza del Regno nell’unione doganale europea: ci si conterà, si vedrà davvero che cosa vogliono i leader del Labour e che cosa vogliono invece tutti gli altri.

 

Molti commentatori dicono che sì, il Labour è forte e sa gestire con grande astuzia la propria ambiguità, ma con un governo così poco coerente e schiacciato dalle proprie contraddizioni interne dovrebbe essere molto più avanti, nei sondaggi e nella definizione della propria proposta della Brexit. Ancora una volta la sinistra scommette non tanto sui propri valori – in questo caso specifico basterebbe mettersi d’accordo su un unico punto: siamo pro europei – ma sui problemi dei nemici. Una strategia poco accattivante, ma funzionale. Perché di problemi, i nemici, ne hanno parecchi. Se si dovesse stare dietro a tutti gli scontri, a tutte le sfumature, a tutte le guerre personali dentro al governo e dentro al Partito conservatore, si crollerebbe dall’esasperazione: ed è quello che sta succedendo alla premier Theresa May che non sa più come nascondere la propria insofferenza.

 

Londra ha chiesto a Bruxelles di lasciare aperta la possibilità di prolungare il periodo di transizione a tempo indeterminato

Un resoconto soltanto della giornata di ieri: i giornali hanno pubblicato la lettera inviata al governo da sessantadue parlamentari conservatori che fanno capo all’European Research Group guidato da Jacob Rees-Mogg, l’ala dei falchi pro Brexit del partito, in cui chiedono sostanzialmente di proseguire sulla strada dell’hard Brexit. In particolare chiedono che il Regno Unito possa firmare accordi commerciali autonomi durante il periodo di transizione dopo il 29 marzo del 2019 e che possa cambiare leggi e regolamentazioni commerciali dopo la Brexit. Se si pensa che in questo momento il periodo di transizione è di fatto un arco temporale in cui non cambia molto, cioè il Regno resta nel mercato unico e nell’unione doganale, si capisce quanto “hard” è la proposta di Jacob Rees-Mogg. Sempre ieri, mentre si discuteva della lettera, il Regno Unito ha chiesto ai negoziatori di Bruxelles che il periodo di transizione finisca soltanto quando “nuovi sistemi” saranno operativi per gestire accordi commerciali e di fatto il distacco dal mercato unico europeo.

 

Gli inglesi dicono che comunque il tempo resterà quello previsto di due anni, ma vogliono che gli europei lascino aperta la possibilità di estendere la transizione a tempo indeterminato. Cioè si sta in transizione finché non si trova un modo per uscire dall’Ue senza farsi troppo male, o finché cambia il governo e chissà, si ferma davvero la Brexit. Puntuale è arrivata l’accusa di “tradimento” da parte degli indipendentisti dell’Ukip nei confronti del governo della May, la quale – sempre ieri, soltanto ieri – ha preso nel frattempo coscienza del fatto che il colosso aziendale Unilever preferirà costruire il suo nuovo headquarter in Olanda piuttosto che nel Regno Unito. La tempesta perfetta, una delle tante, si sfogherà oggi, nel “war cabinet” sulla Brexit di cui si parla da giorni, e che è stato anticipato da alcuni discorsi pronunciati da leader di peso, come il ministro degli Esteri Boris Johnson, la stessa premier May e il ministro per la Brexit, David Davis. Inutile dire che ogni discorso stabilisce e propone cose diverse.

 

Un giorno uguale a molti altri, quello di ieri. Si procede così, in modo scomposto, andando di fretta e restando fermi, imprigionati nel Paese delle Meraviglie. Oltre il tempo, oltre gli orologi, laddove pesa molto l’incertezza. C’è un passaggio del libro di Lewis Carroll che sembra fotografare, ancora una volta, il Regno Unito che combatte con la Brexit. Un giorno Alice arrivò a un bivio sulla strada, c’era lo Stregatto sull’albero. “Che strada devo prendere?”, chiese. La risposta fu una domanda: “Dove vuoi andare?”. “Non lo so”, rispose Alice. “Allora – disse lo Stregatto – non ha importanza”.

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