Le armi da fuoco di Trump

Redazione

Donald Trump ha firmato un memorandum per il dipartimento di Giustizia in cui chiede di proibire il commercio dei “bump stocks”, strumenti da poche decine di dollari che trasformano un fucile d’assalto in una specie di arma automatica, in grado di sparare centinaia di colpi al minuto. Questo dispositivo non è stato utilizzato nella strage di Parkland, in Florida, la mattanza dei ragazzi che ha riaperto l’eterno dibattito sul controllo delle armi da fuoco in America, e proprio per questo l’embrionale riforma trumpiana assume le fattezze di una manovra per saggiare la cedevolezza del terreno politico intorno a lui. Mentre i liberal organizzano la “marcia per le nostre vite” per invocare restrizioni sulle armi, con i copiosi contributi dello showbiz, da Clooney a Spielberg passando per Oprah, Trump trasmette segnali ambigui. Martedì la portavoce della Casa Bianca ha detto che il presidente “non ha chiuso la porta” al divieto per le armi d’assalto come l’Ar-15 usato in Florida dallo stragista Nikolas Cruz, ma poco dopo un funzionario ha corretto il tiro, spiegando che il presidente non ha cambiato la sua posizione. Ma quale posizione?

 

Trump è arrivato alla Casa Bianca brandendo il vessillo del Secondo emendamento e godendo dell’appoggio senza riserve della Nra, la lobby delle armi da fuoco, ma anche su questo punto i trascorsi ideologici del tycoon newyorchese cresciuto nell’humus culturale liberal sono un pasticcio di contraddizioni. Nel 2000 si proclamava “contrario alla limitazione delle armi” ma “a favore del divieto per quelle d’assalto e per tempi d’attesa più lunghi per acquistare una pistola”; era anche critico verso i repubblicani che seguono pedissequamente la linea della Nra “e rifiutano anche restrizioni limitate”. Su Twitter ha scritto: “Che siamo repubblicani o democratici, dobbiamo concentrarci sul rafforzamento dei controlli”, e i beninformati riferiscono che in privato il presidente conceda più aperture di quante possa offrirne in pubblico su un tema che non è nel suo Dna politico. Sarebbe un bel paradosso se fosse Trump a mettere mano, in qualche modo, in un fronte dove anche Obama si è dovuto arrendere, principalmente per le resistenze della sua sinistra.

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