Con Billy Graham se ne va l'ultimo custode della religione americana

Mattia Ferraresi

Roma. Molti anni fa, quando era già molto vecchio, hanno chiesto a Billy Graham se aveva paura di morire. Lui, che di rado mostrava in pubblico le sue debolezze, ha risposto di no: “Attendo la morte con grandi aspettative. Fremo aspettando il giorno in cui vedrò Dio faccia a faccia”. Era l’anno in cui ha annunciato il suo ritiro dopo sessant’anni di “crociate”, come chiamava i sermoni pubblici che, nell’alleanza arciamericana con il tubo catodico, hanno dato origine all’uomo che ha raggiunto più persone nell’annuncio del Vangelo nell’intera storia cristiana.

 

  

Certo, c’è qualche differenza fra l’audience e la buona novella, ma il predicatore che – secondo stime prudenti – ha raggiunto 2,2 miliardi di persone, ha solcato un secolo senza curarsi troppo delle distinzioni. Pastore battista e pioniere del televangelismo protestante, Graham è stato senza il minimo confronto il predicatore più influente del Novecento americano, uomo dotato della rara abilità di muovere le folle e contemporaneamente di far cambiare idea ai presidenti. La sua immagine iconica, il suo santino, è una foto degli anni Sessanta in cui spiccano la squadrata mascella anglosassone e il pugno chiuso che parla di lotte e rivoluzioni. Era un energico combattente per i diritti civili degli afroamericani molto prima che il suo amico Lyndon Johnson firmasse il Civil Rights Act: negli anni Cinquanta ammoniva il pubblico segregato del Tennessee: “Abbiamo creduto di essere migliori di ogni altra razza, di ogni altro popolo. Signore e signori, finiremo all’inferno a causa del nostro orgoglio”. Qualche anno più tardi ha pagato di tasca propria la cauzione per scarcerare Martin Luther King, arrestato durante una manifestazione, e poi lo ha invitato a condividere con lui il pulpito in un leggendario revival newyorchese, roba da oltre due milioni di partecipanti.

  

Aveva giusto un filo meno di simpatia per i cattolici. Nel 1960 ha mobilitato tutto l’arco dei predicatori protestanti per lavorare contro la candidatura di John Fitzgerald Kennedy, facendo leva sull’antico argomento secondo cui sarebbe stato vincolato all’autorità del Papa nel governare. Al suo fianco in questa battaglia c’era Norman Vincent Peale, padre del positive thinking, il punto di riferimento del volontarismo a sfondo economico che andava forte nella famiglia Trump. Graham è stato amico e consigliere di tutti i presidenti americani da Harry Truman a Barack Obama, ma con Johnson ha stabilito un rapporto profondo, intimo. A quell’epoca usava la Casa Bianca “quasi come un albergo”, e il presidente lo supplicava di non andarsene mai. A volte lo convocava per guidare la preghiera della sera, in ginocchio ai piedi del letto. Quello che è morto ieri, all’età di 99 anni, era l’ultimo custode della religione americana.

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