Perché Manuel Valls piace più agli spagnoli che ai francesi

Mauro Zanon

Parigi. Da quando è scoppiata la crisi in Catalogna, l’ex primo ministro francese, Manuel Valls, di origini catalane, sembra aver trovato dall’altro lato dei Pirenei quell’influenza politica e mediatica che a Parigi è andata smarrendo con l’insediamento all’Eliseo di Emmanuel Macron. Le sue prese di posizione radicali contro la sedizione dei separatisti catalani, a favore del rispetto dello stato di diritto, della Costituzione e della democrazia spagnola, lo hanno reso a Madrid, lui che è nato a Barcellona, il miglior ambasciatore dell’unità della Spagna. Come racconta M, il magazine del Monde, nel suo ultimo numero, l’attuale deputato della République en marche (Lrem) è diventato “l’iberico mediatico” preferito degli unionisti spagnoli, perché ha dato una dimensione internazionale alla loro causa, e dall’inizio dell’ondata indipendentista cavalcata da Carles Puigdemont ha sempre utilizzato toni muscolari.

 

“Il separatismo è il peggio che può capitare a una democrazia”, ha dichiarato Valls lo scorso 3 febbraio, a San Sebastian, durante la cerimonia per il ritiro del premio Gregorio-Ordóñez (dal nome di un deputato conservatore basco assassinato dai separatisti dell’Eta nel 1995). La fondazione omonima, creata ventitré anni fa da alcune vittime dell’Eta, ha deciso di conferirgli questo riconoscimento per la “cooperazione francese con gli organismi spagnoli di lotta contro il terrorismo dell’Eta” quando era ministro dell’Interno sotto François Hollande, salutando “l’impegno e la responsabilità di un cittadino francese con radici spagnole, fiero delle sue origini e del suo bagaglio culturale spagnolo, catalano e francese, che dichiara di sentirsi pienamente impegnato nella difesa della Costituzione, delle istituzioni e dell’unità della Spagna”.

 

Valls, quando ha preso la parola per il discorso di ringraziamento, non ha avuto difficoltà a conquistare l’uditorio, parlando della “sconfitta politica e cultura dell’Eta” e reclamando che “i criminali riconoscano i loro errori e chiedano perdono alla società”. E ad ascoltarlo, a San Sebastian, c’era la crème della politica spagnola: Soraya Sáenz de Santamaría, braccio destro del premier Mariano Rajoy, Maria Dolores Cospedal, ministra della Difesa, Juan Ignacio Zoido, titolare dell’Interno, Juan Carlos Girauta, portavoce di Ciudadanos, Ana Botella, ex sindaco di Madrid, e persino l’ex premier José María Aznar con la moglie. “Un tale corteo per assistere alla consegna del premio Gregorio-Ordóñez (…) è assolutamente inconsueto”, scrive M.

 

Il 4 febbraio, l’ex inquilino di Matignon appena nominato relatore del progetto di legge per il futuro istituzionale della Nuova Caledonia, ha assistito anche all’omaggio a Fernando Múgica (militante del Partito socialista spagnolo assassinato con un colpo di pistola alla nuca nel 1996), scandendo un altro discorso contro il separatismo. Ma è da ottobre che Valls è diventato il politico francese più conosciuto di Spagna. Dà interviste al País, al Mundo e al Periódico di Cataluya, partecipa ai più importanti forum politici ed economici di Madrid, e quando c’è da condividere il palco con il premio Nobel della letteratura, Mario Vargas Llosa, come durante un recente meeting di Ciudadanos, non si tira indietro. “Dopo essere stato retrocesso in seconda divisione nella politica francese, Manuel Valls cura il suo ego ferito nella prima divisione spagnola”, scrive M. Per i catalani, invece, è soltanto un “botifler”: un traditore.

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