I migranti invisibili del Venezuela

Giulio Meotti

Roma. Per i migranti siriani e africani le tv, i giornali e le agenzie umanitarie sono tutte lì, nella campagna balcanica, nelle spiagge di Lesbo e Lampedusa, alla stazione dei treni di Budapest, nei centri libici di raccolta. Per il grande esodo dei migranti venezuelani, non c’è nessuno. Tre milioni di venezuelani – un decimo della popolazione totale – hanno lasciato il paese ricco di petrolio durante il regime socialista di Chávez e Maduro. Quasi la metà – circa 1,2 milioni di persone – se n’è andata negli ultimi due anni. Numeri, spiega il Wall Street Journal, che superano i richiedenti asilo siriani in Germania e i musulmani rohingya fuggiti dal Myanmar.

 

“La Colombia sta ricevendo migranti a un ritmo che rivaleggia con quello che abbiamo visto nei Balcani, in Grecia, in Italia al culmine dell’emergenza europea dei migranti”, ha dichiarato Joel Millman, portavoce dell’agenzia per le migrazioni delle Nazioni Unite. Alla fine di quest’anno, l’economia venezuelana sarà la metà di quella che era nel 2013, secondo il Fondo monetario internazionale. Un sondaggio condotto dalla società di Caracas Consultores 21 ha rilevato che il 40 per cento dei venezuelani vuole fuggire. Sul New York Times, Bret Stephens si domanda dove sia la sinistra sul Venezuela.

 

“Ogni generazione di attivisti abbraccia una causa di politica estera: porre fine all’apartheid in Sudafrica; fermare la pulizia etnica nei Balcani; salvare il Darfur dalla fame e dal genocidio. E poi c’è la causa perenne – e perennemente indegna – della ‘liberazione’ della Palestina, per la quale non c’è mai carenza di creduloni fanatici”. Del Venezuela nessuno parla. “Le sue vittime stanno lottando per la democrazia, per i diritti umani, per la capacità di nutrire i loro figli”. Perché curarsene?

 

Soprattutto fuggono da un regime socialista incensato dai pundit di sinistra in tutto il mondo, dagli attori di Hollywood, dai laburisti come Jeremy Corbyn, dalle ong e da tanti, troppi funzionari delle Nazioni Unite. Le immagini dal Venezuela sono non meno terribili di quelle dei migranti giunti in Europa: donne che combattono per un pezzo di burro, madri che non riescono a trovare il latte, bambini che frugano nella spazzatura, scaffali vuoti nelle farmacie, ospedali senza barelle e antibiotici, medici che operano alla luce di un telefonino, donne che partoriscono fuori dagli ospedali. Ha scritto l’economista Ricardo Hausmann che il Venezuela sta subendo un collasso “senza precedenti” nel mondo occidentale. Un’indagine su 6.500 famiglie di tre prestigiose università dice che il 74 per cento della popolazione ha perso in media 8,9 chili in un anno. “Chiunque in Venezuela sarebbe felice di frugare nei cestini americani: i rifiuti sarebbero considerati gourmet”, scrive Business Insider. Le malattie sradicate in molti paesi, come malaria e difterite, sono rifiorite. Nel 2008, con una banconota da cento bolívar potevi acquistare 28 dollari statunitensi, 288 uova o 56 kg di riso. Oggi puoi comprare 0,01 dollari, 0,2 uova e 0,08 chilogrammi di riso. Caracas, la Mecca della sinistra europea, latinoamericana e americana, è la città più pericolosa del pianeta. L’anno scorso in Venezuela ci sono state oltre 26.600 morti violente: 89 ogni 100 mila persone (a Londra, per dire, lo stesso dato è 1,6 ogni 100 mila). Soltanto la Siria e la Somalia sono più pericolose. Mentre scriviamo, un terzo dei 31 milioni di venezuelani consuma meno di due pasti al giorno. Nessuna guerra è stata la causa di questa catastrofe. Il Venezuela ha fatto tutto questo da sé. In nome del socialismo.

 

Dov’è il Fuocoammare dei venezuelani?

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