#MeToo in moschea

Redazione

Qualche mese fa, Roberto Saviano, Cecilia Strada e altri corifei del salotto buono hanno alzato un cartello con scritto “Allah loves quality”. Una esibizione di virtuosismo a costo zero, visto che le minoranze sessuali e le donne sono trattate come meno di esseri umani nel mondo islamico. Lanciando l’hashtag #MosqueMeToo, una attivista musulmana adesso vuole gettare luce sugli abusi sessuali sperimentati dalle donne durante l’hajj, l’annuale pellegrinaggio islamico alla Mecca e in altri spazi religiosi come le moschee. La femminista egiziana americana Mona Eltahawy ha spiegato che, da quando ha preso a denunciare le violenze, le donne musulmane le hanno detto di stare zitta e che “avrebbe fatto apparire cattivi i musulmani”. Qualcosa di simile si è messo in moto sul caso Tariq Ramadan, il predicatore svizzero agli arresti in Francia per una serie di denunce per stupro. Le sue presunte vittime sono state irrise, minacciate di morte e demonizzate sui social. “Islamofobe”, “puttane sioniste”, e altri simpatici epiteti. Peccato che le vittime di Tariq sono tutte musulmane, come è musulmana Eltahawy. Ed è musulmana Seyran Ates, la donna e imam tedesca che ha creato la Ibn-Rushd-Goethe, la prima “moschea liberale” in Europa, aperta a donne senza veli, omosessuali, atei, sufi, i reietti che l’islam fondamentalista vuole mettere a tacere o, peggio, a morte. Ecco, anziché lanciare vuoti slogan a uso e consumo del proprio salottino progressista, non sarebbe male se i benpensanti, che hanno una pesante responsabilità nel formare l’opinione pubblica, facessero proprie le battaglie di Eltahawi, Ates e altre musulmane liberali. Le sole che possono scardinare, dall’interno, il gorgo di sottomissione e odio che tiene su l’islam radicale.

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