Ankara libera il giornalista Yücel e dà l'ergastolo ad altri sei

Enrico Cicchetti

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La foto, postata su Twitter subito dopo la liberazione del reporter turco-tedesco Deniz Yücel, è stata scattata dal suo legale: nell'immagine il giornalista ha tra le mani un mazzo di fiori. Abbraccia sua moglie. Sullo sfondo, le mura e il filo spinato della prigione. Ha trascorso 366 giorni in detenzione preventiva senza accuse formali e diversi mesi in isolamento, nella prigione di massima sicurezza di Silivri, fuori Istanbul. Dopo un anno di carcere, venerdì un tribunale turco ha disposto il suo rilascio dopo aver accettato l’atto d’accusa che chiede per Yücel fino a 18 anni di prigione con l’accusa di aver fatto "propaganda per un’organizzazione terroristica", il partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) e "fomentato l’odio e l’ostilità". Ma il governo Erdogan gli imputa anche lo spionaggio per l’intelligence tedesca.

  

   

L’arresto del corrispondente della Die Welt aveva messo alla prova le già fragili relazioni tra Ankara e Berlino e aveva evidenziato lo stato precario della libertà di stampa in Turchia. Yücel è stato scarcerato il giorno dopo l’incontro del cancelliere tedesco Angela Merkel con il primo ministro turco Binali Yildirim a Berlino, per discutere del caso. “Sono felice per lui e per la sua famiglia”, ha detto Merkel. “Questo dimostra forse che il dialogo non è sempre inutile”. Il ministro degli Esteri tedesco Sigmar Gabriel ha spiegato di aver incontrato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan due volte per discutere del caso: “Voglio ringraziarlo”, ha detto Gabriel, perché pur avendo “sempre sostenuto che non avrebbe esercitato alcuna influenza politica sulla decisione del tribunale”, il governo turco ma ha accelerato la presentazione dell'atto di accusa, che ha portato alla liberazione di Yücel. “L'indipendenza della decisione della corte è stata sempre una preoccupazione principale in tutte le nostre discussioni”.

   

Giornalista turco-tedesco Deniz Yucel tornato a casa a Istanbul

Dopo essere stato rilasciato dal carcere, immagini senza commento

  

L'autonomia del giudiziario in Turchia è tutt’altro che scontata. Le indagini del dicembre 2013 sulla corruzione del governo e la cosiddetta "omnibus law" del 2014 rappresentarono l’occasione per una prepotente repressione della libertà di magistratura e stampa. Non è un caso che i primi due arresti seguiti al tentativo di golpe del luglio 2016 abbiano colpito Alparslan Altan e Erdal Tercan, due giudici della Corte costituzionale, istituzione che continuava a costituire un baluardo per la difesa dello stato di diritto.

   

E anche la campagna di Erdogan contro i media indipendenti si va intensificando. Mentre Yücel riabbracciava la moglie, un tribunale penale di Istanbul condannava all'ergastolo altri sei giornalisti. Mehmet Altan, suo fratello Ahmet, Nazli Ilicak, Fevzi Yazici, Yakup Simsek e Sukru Tugrul Ozsengul sono accusati di “aver tentato di rovesciare l'ordine costituzionale” e ritenuti legati alla rete del predicatore islamico Fetullah Gülen, che le autorità di Ankara considerano la mente del tentato colpo di stato. Le condanne hanno seguito un processo surreale, durato mesi, durante il quale l'accusa ha addirittura affermato che i giornalisti inviavano “messaggi subliminali” attraverso apparizioni televisive e colonne di giornali che sollecitavano il rovesciamento del governo.

  

I cronisti condannati all’ergastolo lavoravano per alcune delle 150 organizzazioni giornalistiche che sono state chiuse dopo il golpe. Almeno 73 reporter rimangono dietro le sbarre , secondo il Committee to Protect Journalists, che classifica la Turchia il peggior carceriere di giornalisti al mondo, davanti a Cina ed Egitto. “La condanna a vita senza prove sostanziali del coinvolgimento dei giornalisti nel tentativo di colpo di stato e senza assicurare un processo equo, minaccia i residui della libertà di espressione in Turchia”, ha detto David Kaye, relatore speciale delle Nazioni Unite sulla libertà di opinione. Sarah Clarke, responsabile dell'associazione di scrittori PEN International, ha scritto su Twitter che le condanne segnano “l’apice della disintegrazione dello stato di diritto in Turchia, un precedente devastante per decine di altri giornalisti accusati con ipotesi altrettanto infondate”. L'International Press Institute si dice inorridito dal verdetto. Intanto resta immutata e minacciosa la legge sul terrorismo, amministrata da procure e tribunali anti terrore, con arresti e processi “di massa”.

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