Macron vuole fare il presidente cacciatore

Francesco Maselli

Parigi. Emmanuel Macron sostiene e promuove la caccia tradizionale, che ha definito “un formidabile aiuto alla biodiversità” . Il presidente francese non ha mai nascosto la sua considerazione per questo hobby, aveva promesso in campagna elettorale di voler andare oltre le posizioni ipocrite e rivendicare senza complessi una tradizione molto importante per la “cultura francese”. Ogni anno sono circa quindici le battute di caccia offerte dalla presidenza della repubblica a circa trenta fortunati invitati, uno dei rituali che più ricordano l’eredità monarchica della funzione presidenziale, come ha raccontato la giornalista del Monde Raphaëlle Bacqué in un lungo articolo del 2009: “Ci si alza all’alba a Chambord. Gli invitati, in un albergo davanti al castello, si ritrovano per un’elegante colazione prima di partire nei 4x4 per i 160 ettari all’interno delle mura dove si nasconde la selvaggina. A mezzogiorno si mangia in una radura, e la sera ci si ritrova per la cena nella grande sala del castello”.

 

Macron, che è molto a suo suo agio con tutto ciò che ricorda la monarchia e non fa nulla per nasconderlo, ha moltiplicato i segnali nei confronti dei cacciatori: oltre alle promesse in campagna elettorale, lo scorso quindici dicembre, di passaggio nella tenuta presidenziale di Chambord, ha partecipato all’esposizione dei trofei di caccia alla fine di una delle giornate offerte dalla Repubblica. Ieri, inoltre, ha ricevuto all’Eliseo Willy Schraen, il presidente della potentissima Federazione nazionale cacciatori, l’associazione che, con più di 1,2 milioni di iscritti, costituisce un bacino elettorale da non sottovalutare.

 

La passione per la caccia non si lega soltanto alla sensibilità per la simbologia monarchica. Il presidente ha capito che coccolare gli oltre cinque milioni di francesi che possiedono una licenza rappresenta un piccolo sforzo rispetto ai benefici politici. L’uomo chiave, per capire l’atteggiamento di Macron, è Thierry Coste, soprannominato “il Machiavelli della ruralità”, un lobbista molto conosciuto negli ambienti del potere francese e dall’inverno del 2017 consigliere personale del candidato e poi del presidente: “Con Macron la prossimità con il mondo della caccia e il mondo rurale è molto forte fin dall’inizio, la riunione con Schraen era un vero incontro di lavoro per capire meglio come semplificare la caccia e integrarla nelle politiche di biodiversità e ruralità”, ha dichiarato a Rtl alla fine dell’incontro.

 

Coste è entusiasta ogni volta che deve parlare del suo rapporto con il presidente alla stampa. Una relazione non scontata all’inizio, come ha spiegato al Monde: “Sulla carta non abbiamo nulla in comune: Emmanuel Macron è enarca, ex banchiere d’affari, circondato da tecnocrati parigini. Tutto quello che normalmente detesto. Ma il presidente sa sedurre persino le sedie e ha una qualità rara: sa negoziare e sa decidere senza sentimentalismi. Come me”.

 

Coste sentimentale senza dubbio non è: da giovane è vicino ai movimenti trozkisti, poi consigliere di Jacques Chirac, nel 2007 ha lavorato alla campagna di Philippe de Villiers, estrema destra, prima di raggiungere Nicolas Sarkozy, sempre come consigliere. Nel 2012 però lo abbandona: il favorito per l’elezione presidenziale è François Hollande, il lobbista sa che il suo mestiere non consiste nello schierarsi con chi perde. La circostanza è, ancora una volta, rivendicata senza problemi: “Io vado dove i miei interessi e quelli dei miei clienti sono rappresentati al meglio. Si può dire che sono un mercenario ma io, almeno, non lo nascondo”. Insomma, Coste è un degno rappresentante di quel vieux monde che Macron voleva sostituire con il nuovo e che però, almeno finora, si sta rivelando molto utile.

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