Come sta andando la grande manovra anti jihad di Sisi nel Sinai
A novembre il rais aveva dato l'ultimatum: ripulire la regione nel giro di tre mesi. La scadenza era venerdì scorso
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16 FEB 18
Ultimo aggiornamento: 12:26 PM

Al Sisi (foto LaPresse)
Milano. Che qualcosa si stesse preparando nell’irrequieta penisola del Sinai è stato chiaro quando social media prima e poi la stampa ufficiale hanno iniziato a raccontare la settimana scorsa di preparativi di emergenza negli ospedali della regione: medici e infermieri cui sono state cancellate ferie e permessi, dottori chiamati da diverse parti del paese. Pochi giorni prima, il quotidiano arabo Asharq al Awsat aveva parlato di un considerevole aumento di soldati e forze dell’ordine nel nord del Sinai. In quella regione, soprattutto nella zona della cittadina di al Arish, a ridosso del confine con la Striscia di Gaza palestinese, la popolazione è abituata a vivere dal 2013 in una zona considerata area militare, cui a giornalisti e operatori umanitari non è consentito l’accesso.
Il 2013 è stato l’anno in cui una vasta mobilitazione popolare e l’intervento dell’esercito hanno portato al Cairo alla caduta del presidente Mohammed Morsi, leader islamista dei Fratelli musulmani. Da allora, la vasta area desertica del nord del Sinai è diventata roccaforte per gruppi jihadisti come Ansar Beit al Maqdis, che ha giurato fedeltà allo Stato islamico. In seguito all’ultimo attentato terroristico nel paese, il più devastante – quasi 300 morti – a novembre, proprio contro una moschea del Sinai, il presidente Abdel Fattah al Sisi ha dato al suo stesso esercito un ultimatum: ripulire la regione nel giro di tre mesi. La scadenza era più o meno venerdì scorso, quando un portavoce militare è comparso sulla televisione di stato annunciando con enfasi l’inizio dell’operazione Sinai 2018, benché abbia parlato anche di azioni militari nella valle e nel delta del Nilo.
E, davanti all’ esplicita politica dell’esclusione degli oppositori portata avanti in queste ore dal regime, non manca chi si chiede se la vasta e ben pubblicizzata operazione anti-terrorismo in Sinai, proprio alla vigilia delle urne, non serva anche al presidente – che ha perso consensi a causa di una disastrosa situazione economica, di riforme necessarie ma pesanti per la popolazione e di una repressione politica non certo timida – a legittimarsi prima di un voto svuotato di significato dalla mancanza di sfidanti reali.