Erdogan minaccia "schiaffi ottomani" in faccia agli alleati

Rolla Scolari

Milano. “La Turchia vuole eliminare qualsiasi problema dalle proprie relazioni con i vicini”, scriveva sul suo sito il ministero degli Esteri di Ankara. Erano gli anni in cui la diplomazia turca era guidata da un fidato alleato del presidente Recep Tayyip Erdogğan: Ahmet Davutogğlu capo della diplomazia turca dal 2009 al 2014, uscito di scena nel 2016 tra voci di screzi con il leader.

  

Se già nel 2013 Foreign Policy si chiedeva come la Turchia fosse passata da “zero problemi a zero amici”, la retorica sempre più aggressiva del rais Erdogğan sembra oggi sorprendere anche gli alleati più resistenti. “Avvisiamo chi su Cipro e nell’Egeo sta facendo male i conti e si sta comportando in maniera impertinente: manderemo all’aria i vostri piani”, ha detto il presidente nelle scorse ore. Da venerdì, la marina turca blocca una nave da perforazione noleggiata dall’Eni, Saipem 12000, e le trivellazioni davanti alle coste di Cipro, in acque politicamente sensibili. L’isola è divisa dal 1974 in due zone di influenza, greca e turca. Nella parte turca ci sono 40mila soldati di Ankara.

  

“Consiglio alle compagnie straniere che operano nelle acque di Cipro di non superare i limiti. Le spacconerie di costoro sono sotto osservazione dei nostri aerei, delle nostre navi e dei nostri uomini”. I toni di Erdogğan sono pesanti, tanto da far intervenire i miti vertici di Bruxelles. Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk su Twitter ha chiesto di “evitare minacce” contro qualsiasi membro dell’Unione.

   

Poco prima, il leader turco aveva rivolto parole insolitamente dure – per l’equilibrato mondo della diplomazia – agli Stati Uniti. Il suo governo è freddo nei confronti dell’America dai tempi del fallito golpe di luglio 2016. Ankara accusa Washington di proteggere Fethullah Gülen, il predicatore che ritiene responsabile del colpo di Stato e che è in esilio in Pennsylvania. Oggi, il rais mette in guardia gli Stati Uniti: la relazione con loro potrebbe rompersi a causa del continuato sostegno americano alle milizie curde siriane dell’YGP, terroriste per i turchi, alleate contro lo Stato islamico per gli americani.

Le truppe turche da un mese conducono un’operazione contro queste forze curdo-siriane nella zona di Afrin, nel nord-ovest della Siria, e hanno intenzione di proseguire verso Manbij, città strategica a ovest del fiume Eufrate. Il presidente ha avvertito i soldati americani lì dispiegati di non “mettersi in mezzo”. “È molto chiaro che chi ci dice ‘risponderemo in maniera aggressiva se ci colpite’ non ha mai provato lo schiaffo ottomano”, ha detto al Parlamento, riferendosi a un commento di un generale in visita a Manbij. E tutto questo accade alla vigilia della visita in Turchia, oggi e domani, del segretario di Stato Rex Tillerson.

  

La politica degli “zero problemi” con i vicini e la conseguente perdita dei tradizionali freni diplomatici del leader turco sembra essere stata accelerata dallo scompiglio regionale causato dalle rivolte arabe del 2011. Se nel 2012 Erdogğan dava il benvenuto al nuovo presidente egiziano, il leader dei Fratelli musulmani Mohamed Morsi, l’intesa turca con l’Egitto si è rotta con l’allontanamento dal potere degli islamisti da parte dei militari di Abdel Fattah al Sisi, in seguito a giorni di proteste popolari. “Non c’è differenza tra Bashar e Sisi”, ha sentenziato nel 2013 il leader di Ankara, accantonando così le relazioni con il Cairo.

È nello stesso periodo che accusa Israele – un ex alleato e solido partner commerciale – d’essere dietro ai fatti del 2013 in Egitto, che hanno portato al crollo di Morsi e della Fratellanza musulmana, ideologicamente vicina al suo Akp. Con Israele, i rapporti di buon vicinato erano in crisi dal 2010. Quell’anno, la nave turca Mavi Marmara, con a bordo attivisti pro-palestinesi, è stata intercettata dalla marina israeliana mentre tentava di rompere il blocco imposto da Israele su Gaza. Nove persone, otto turchi, sono rimaste uccisi nell’azione israeliana. Benché i rapporti siano ripresi nel 2016, Erdogğan ha alzato i toni a livelli senza precedenti dopo che a dicembre l’Amministrazione Trump ha dichiarato Gerusalemme capitale d’Israele. “La Turchia non lascerà Gerusalemme alla mercé di una nazione ammazza-bambini”, ha detto. E con queste parole ha messo in forse un accordo per la costruzione di un gasdotto marittimo tra Turchia e Israele, che adesso guarda per completarlo alla via egiziana.

   

E se l’Europa si trova in queste ore con Cipro e l’italiana Eni obiettivo delle aggressioni verbali del sempre meno diplomatico rais turco, non è la prima volta che il presidente attacca un membro di quell’Unione in cui la Turchia ha desiderato per anni entrare. Alla vigilia del referendum costituzionale di aprile, davanti al rifiuto di Germania e Olanda di permettere comizi di politici turchi sul suolo nazionale, Erdogğan ha accusato il governo tedesco di “nazismo”, e dichiarato tutti gli olandesi responsabili della strage del 1995 a Srebrenica, quando un gruppo di peacekeepers olandesi non riuscì a fermare il massacro condotto dalle forze serbe di Ratko Mladicć.

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.