Le cheerleader del dittatore

Redazione

Le aspettative sulla possibilità che questo mondo capovolto torni diritto sono talmente ridotte che basta una piccola apertura, un sorriso malizioso o duecento ragazze vestite di rosso che si muovono in sincrono perfetto, per risollevarle un pochino. E’ per questo che la sorella di Kim Jong-un, la quieta Kim Yo-jong, ha conquistato l’attenzione di media e diplomatici di tutto il mondo soltanto presentandosi, come rappresentante ufficiale del regime nordcoreano, alle Olimpiadi invernali che si stanno svolgendo nel vicino sud. E’ sotto sanzioni anche lei, ché anche se non compare mai e di lei non si sa nulla, nemmeno l’età (anche con la biografia del fratello leader si va un po’ a naso a dire il vero), è comunque parte integrante del regime, ma non vorremo deturpare una charme offensive così strepitosa da parte di Pyongyang con dettagli sanguinosi, giusto?

 

Come dice Michael Wolff, autore del bestseller sulla Casa Bianca ora in tour in Italia, se una storia è bella, non è necessario verificarla per intero, si rischia di perdere lo slancio della narrazione. Così la sorellina del dittatore che alterna sorrisi a sguardi minacciosi ha “rubato la scena” agli altri leader internazionali, dicono i media, che intanto rilanciano indefessi le immagini delle cheerleader del regime nordcoreano, altro pilastro della charme offensive, che non sbagliano una mossa, un passo, e non dismettono mai la loro espressione ridente. Ah, le coreografie dei regimi: che potenza, che compattezza, che forza. Ci si dimentica pure che quel termine, cheerleader, parla di campi di football statunitensi, di pompon, di capriole gioiose, di amore, di competizione, di essenza americana purissima. Perché con questi Giochi si sta facendo la storia, le Coree che si parlano, l’America che sospende i toni burberi (o furiosi o infantili, con Trump che dà di “ciccione” a Kim Jong-un), uno spiraglio di normalizzazione che pareva impensabile, e chi guarda dietro alle coreografie pensando alla vita di queste ragazze quando i riflettori sono spenti, cioè sempre, è un guastafeste.

 

Ci siamo abituati a non badare nemmeno più ai leader che sfilano o incontrano dittatori e non pronunciano più le parole “diritti umani”: c’era un tempo, non lontano, in cui chiedere conto di esecuzioni di massa, di fosse comuni, di fucilazioni, di carestie indotte era una premessa indispensabile a ogni dialogo diplomatico. Quel tempo è passato, l’idealismo ha lasciato il posto a varie sfumature di gelido realismo, ma pure questo appiattimento sulla salvaguardia di uno status quo che stabile e sicuro non è dovrebbe porsi qualche limite. La charme offensive nordcoreana sarà anche astuta e “l’esercito delle bellezze” nordcoreano che batte le mani ridente sarà anche ipnotizzante, ma come ha scritto Max Boot, novello commentatore per il Washington Post, l’entusiasmo per la sorellina del leader non è soltanto “insulso, è anche pericoloso e disgustoso”. Come ha stabilito l’Onu, la Corea del nord è colpevole di “crimini contro l’umanità”, che includono “stermini, omicidi, schiavitù, tortura, prigionia, stupro, aborti forzati e altre violenze sessuali, persecuzioni politiche, religiose, razziali, spostamenti forzati di parte della popolazione, sparizioni e atti disumani che hanno volontariamente causato morti per fame. La gravità, la grandezza e la natura di queste violazioni rivelano una situazione che non ha alcun paragone nel mondo contemporaneo”.

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