Dal Tea Party al governo del deficit: la svolta welfarista di Trump

Mattia Ferraresi

New York. Lo shutdown dei servizi federali è durato giusto il tempo di sedare la protesta solitaria di Rand Paul, senatore libertario che nella notte s’è accanito contro una legge di bilancio concordata fra i leader repubblicani e democratici al Congresso, e gradita alla Casa Bianca. La voce che disturbava l’armonia bipartisan è svanita rapidamente, e la mattina la legge è arrivata sulla scrivania del presidente. Donald Trump ha annunciato con twitteresca fanfara l’accordo negoziato per mesi: “Ho appena firmato la legge. Il nostro esercito ora sarà più forte che mai. Amiamo i nostri militari e abbiamo dato loro tutto, e anche di più. E’ la prima volta che succede dopo tanto tempo. E significa anche posti di lavoro, posti di lavoro, posti di lavoro!”. I termini dell’accordo prevedono un incremento della spesa militare di 80 miliardi quest’anno e 85 miliardi nel 2019, livelli mai visti negli ultimi quindici anni, e in cambio la Casa Bianca ha concesso un aumento delle spese discrezionali pari a 131 miliardi, fondi che andranno in programmi di assistenza sociale ed educativa, con grande soddisfazione della sinistra che da un anno e più terrorizza l’America sul giorno in cui Trump distruggerà il welfare. Dopo la firma di venerdì, quel giorno si è allontanato in modo decisivo. In questo senso la protesta di Paul è, dal punto di vista del dibattito congressuale, una nota di colore, un colpo istrionico a cui lo specialista delle maratone ostruzionista ci ha abituato, ma fa emergere un dato politico significativo: il cambio di rotta dei repubblicani su taglio della spesa e welfare.

 

Paul è un esemplare estremo dello spettro repubblicano, ma fino a pochi anni fa la sua sensibilità libertaria era maggioritaria in un partito profondamente trasformato dall’avvento del Tea Party. I falchi del taglio della spesa tenevano in pugno il Gop e quando giovedì i leader del Congresso hanno raggiunto un accordo di tutt’altro segno, Paul ha voluto mettere il dito nella contraddizione: “La ragione per cui sono qui stanotte – ha detto venerdì – è per mettervi alle strette. Voglio che vi sentiate a disagio. Voglio che rispondiate agli elettori a casa che vi chiederanno ‘com’è che eravate contro il deficit di Obama e adesso siete a favore del deficit repubblicano?”. Mark Meadows, capo degli intransigenti del Freedom Caucus alla Camera, ha evocato sentimenti analoghi: “Quando sono stato eletto ho promesso alla gente della North Catolina di mettere un argine alla spesa a Washington. L’accordo sul budget non av di certo in questa direzione. Non è questa la promessa che ho fatto ai miei elettori, e sospetto che non sia nemmeno quella che hanno fatto molti miei colleghi ai loro”. Con la legge di bilancio Trump si smarca dalla destra della responsabilità di bilancio e della riduzione della spesa. L’ufficio budget del Congresso stima che il deficit annuale crescerà fino a 1.200 miliardi di dollari nel 2019 e continuerà a salire se l’attuale politica verrà rinnovata. E nel frattempo la riforma fiscale metterà ulteriore pressione sul debito pubblico. L’imbarazzo dei conservatori votati alla disciplina sul debito è tutto nella razione dello speaker Paul Ryan, che non cita minimamente l’aumento della spesa non militare: “E’ una grande vittoria per i nostri uomini e donne in uniforme. Abbiamo raggiunto un compromesso che finanzia le truppe e dà ai nostri generali la certezza di cui hanno bisogno per prepararsi al futuro”. Se la si confronta con la reazione di Chuck Schumer, leader dei democratici al Senato, sembra che si riferiscano a due manovre diverse: “Dopo decenni di tagli ai programmi di assistenza per la classe media, finalmente abbiamo un drastico cambiamento. I fondi per educazione, infrastrutture, la lotta alla droga e la ricerca ci permetteranno di rimetterci in carreggiata e sostenere le famiglie americane”.

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