Perché Trump ha appena ucciso cento soldati di Assad in Siria

Daniele Raineri

Roma. Giovedì cinquecento uomini delle milizie di Assad nella Siria orientale hanno attaccato un posto di comando delle forze curdo-arabe al di là del fiume Eufrate, che grossomodo divide gli assadisti e i loro consiglieri iraniani e russi dai curdi e dai loro consiglieri militari americani (quest’ultimo gruppo è conosciuto con la sigla inglese Sdf, in italiano Forze siriane democratiche). E’ successo vicino Deir Ezzor, nello stesso territorio che da pochi mesi è stato strappato al controllo dello Stato islamico. Però nel posto di comando c’erano anche i consiglieri militari americani e quindi sono scattati alcuni raid aerei di risposta: il risultato è stato una perdita di cento uomini delle milizie filo Assad, tutti morti mercoledì sotto le bombe americane. E’ un episodio di guerra enorme e cruento, ma in pratica è stato ignorato perché ormai lo scenario siriano è troppo complicato e troppo poco seguito. Si tratta del terzo attacco da parte dell’Amministrazione Trump contro il regime di Damasco in meno di un anno, dopo il bombardamento con i missili all’inizio di aprile 2017 come rappresaglia per l’uso di armi chimiche contro i civili e dopo l’abbattimento a giugno di un bombardiere siriano che stava colpendo le Sdf a Raqqa. Dopo la campagna contro lo Stato islamico, che dal punto di vista militare si è dissolto e ormai controlla soltanto poche sacche sparse nel deserto, assadisti e Sdf si guardano in cagnesco, gli uni contro gli altri armati, pronti a scontrarsi per il controllo dei pozzi di petrolio in quella zona e in attesa di una soluzione diplomatica (per esempio un accordo fra Assad e i curdi: un po’ di autonomia in cambio di una resa) che non arriva. Le forze sono così vicine e la tensione così alta che è possibile che comincino battaglie per errori fatti sul posto, e non per decisioni deliberate arrivate dai rispettivi comandi.

 

Gli Stati Uniti tengono in Siria a est e a nord circa duemila soldati soprattutto delle Forze speciali, in alcune basi e aeroporti militari sparpagliati nelle zone controllate dai curdi. Non è chiaro cosa facciano ancora lì: per alcuni vogliono occupare la posizione per tenere a bada da vicino l’espansione dell’Iran nella regione, per altri vogliono restare per aiutare i curdi a negoziare da una posizione forte un compromesso con il governo centrale di Damasco, per altri ancora vogliono conservare una piattaforma militare in una zona dove lo Stato islamico è ancora una presenza (se individuassero il leader Abu Bakr al Baghdadi nella valle dell’Eufrate, gli elicotteri potrebbero piombare sopra di lui in meno di trenta minuti). Tutte queste ipotesi sono valide, e forse sono vere tutte.

 

Proprio giovedì un inviato del New York Times ha pubblicato un reportage interessante: ha accompagnato sulla linea del fronte due generali americani, Paul Funk e Jamie Jarrard, a Manbij, sempre in Siria e sempre in una zona controllata dalle Sdf, ma molto più a nord rispetto alla battaglia di due giorni fa. I due generali, su convogli blindati che ostentavano enormi bandiere americane, hanno lanciato un messaggio chiaro ai turchi: “Se ci attaccate qui, risponderemo in modo molto aggressivo. Ci difenderemo”. Le bandiere al vento, la scorta delle forze speciali, l’invito al cronista del New York Times: la sortita è stata un messaggio pubblicitario indirizzato al governo turco, che potrebbe essere tentato di espandere l’attuale campagna nel cantone Afrin più a ovest, fino a lì. Il significato è chiaro, gli americani tollerano che i turchi si prendano quell’area ma non devono fare un passo oltre. Così, molto più che nelle sale di Ginevra e Astana – dove vanno avanti negoziati farseschi sul futuro della Siria – procede la spartizione di fatto del paese.

 

E’ probabile che dietro questa decisione americana di restare in Siria e di sfidare da una parte il regime di Damasco e dall’altra i turchi ci sia una decisione della squadra di ex generali che attornia il presidente americano Donald Trump, e non il presidente stesso, che non sembra molto calato nelle sfumature di questo scenario. E questo potrebbe spiegare perché il candidato che in campagna elettorale diceva “lasciamo lavorare Assad” si è trasformato nel commander in chief che ogni tanto lo bombarda senza esitazioni.

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