Andrea Nahles e l'Spd che verrà

Andrea Affaticati

Il cambio ai vertici dell’Spd era nell’aria da tempo. Andrea Nahles prende in mano l’Spd. Qualcuno pensa che senza questo passaggio del timone, ottenere il via libera da parte dei 450mila e passa delegati che il 4 marzo prossimo saranno chiamati a votare il programma di grande coalizione presentato ieri da Unione (Cdu e Csu) e Spd sarebbe stato pressoché impossibile. I voltafaccia di Schulz (peraltro più imposti dall’esterno che voluti), la sua incapacità di trascinare la base, l’avevano ormai reso inviso ai più.

 

E ora tutti guardano a lei. Andrea Nahles, 47 anni, è la prima donna nella storia a cui i socialdemocratici affidano ora la guida del partito. Anche se, forse, un po’ malvolentieri.

 

Nahles è una pasionaria. Lo dimostrato al congresso straordinario di gennaio, quando i delegati erano chiamati a dare il via libera ai lavori per mettere nero su bianco il programma della eventuale nuovo accordo governativo con Merkel. Schulz aveva parlato per un’ora senza entusiasmare, a Nahles erano bastati 10 minuti per accendere gli animi e riuscire a conquistare la maggioranza, per quanto risicata, dei delegati.

 

Nahles è nota per incendiarsi quando si batte per una causa. Ha un modo strano di parlare, attinge a volte a espressioni infantili (sarà per via della sua bambina), ma sa come trascinare l’uditorio dalla sua parte. Durante il congresso il suo “Bätschi” – espressione di scherno tratta da una canzone per bambini – per descrivere il naufragato tentativo di mettere in piedi una coalizione Giamaica, è stato uno dei tormentoni all'interno e all'esterno del partito: “Pensavano [l’Unione] di non aver più bisogno di noi e invece... E allora gli dico bätschi, e dico loro anche che il conto sarà piuttosto salato, bätschi”. Una promessa/minaccia, ribadita anche in gennaio. Rivolta ai delegati aveva detto, anzi, urlato: “Io non vi prometto che alla fine nel programma ci saranno tutti i punti per noi importanti, non vi prometto che ci imporremo al cento per cento, ma vi prometto che tratteremo fino all’ultimo respiro, che li torchieremo fino al più non posso”. Promessa mantenuta, se si guarda ai ministeri che l’Spd, in caso di voto favorevole della base, si poterebbe a casa.

 

Nonostante tutto però, si potrebbe dire, che Nahles è un classico prodotto dell’Spd. Il padre capomastro edile la madre casalinga, Andrea cresce a Mending, cittadina di provincia del Rheinland Pfalz, in una famiglia cattolica (il suo nome intero è Andrea Maria Nahles). E lei stessa non si fa problema a ribadire che senza la chiesa, senza i suoi anni come ministrante, non sarebbe mai entrata nell’Spd. Anzi, più che entrare è stata lei a fondare la prima sezione socialdemocratica nella sua cittadina. Nahles sale la scala del partito passo dopo passo, come il giovane Kevin Kühnert ora, anche lei ha guidato l’organizzazione giovanile Spd Jusos. Lì si è fatta le ossa, prima di passa accedere, senza eccessivi timori riverenziali, all'interno della struttura del partito. E’ stata a lungo leader dell’ala di sinistra dell’Spd e una delle più testarde oppositrici alle riforme di Gerhard Schröder. E probabilmente all'epoca faceva parte del gruppo che tramava un putsch contro il cancelliere del “si fa così e basta” e che spinse Schröder nel 2005 a farsi sfiduciare per tornare alle urne.

 

Nahles è da sempre personaggio ammirato e al tempo stesso inviso ai suoi colleghi, soprattutto per i suoi modi a volte da barricadera. Ma se in pubblico, quando parla alla gente, è solita a usare il linguaggio della pancia, quando poi si tratta di lavorare è una che va a testa basta dritta alla meta. Basta vedere il lavoro fatto da lei durante la passata legislatura quando era ministro del Lavoro. Se la Germania ha ora la legge sul salario minimo è innanzitutto merito suo, era uno dei punti del precedente programma di coalizione e lei non ha mai mollato la presa, finché non l’ha portata a casa. Stesso discorso per la l'integrazione previdenziale per le donne rimaste a casa ad allevare i figli e per la pensione a 63 anni. Certamente tutti risultati che alle ultime elezioni non hanno fatto guadagnare voti al partito, sempre troppo schiacciato dall’ombra di Merkel, ma che hanno migliorato il sistema di welfare tedesco.

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