La crisi migratoria sta portando la società europea al collasso, dice Dandrieu

Mauro Zanon

Parigi. Lo slogan mitterrandiano “l’immigrazione è un’opportunità per la Francia” non tira più a Parigi. E non è una questione di colore politico, né di età, come ha confermato un sondaggio appena pubblicato dall’istituto OpinionWay, secondo cui il 60 per cento dei francesi pensa che ci siano “troppi immigrati in Francia”. Per Laurent Dandrieu, intellettuale cattolico e responsabile delle pagine culturali del settimanale Valeurs Actuelles, questa retorica immigrazionista “si è frantumata contro la realtà dei fatti”. “Il carattere massivo di questa immigrazione fa sì che non ci siano più desideri di accogliere queste popolazioni allogene da parte dei francesi”, dice Dandrieu al Foglio, sottolineando quanto la questione dell’identità sia diventata centrale nel dibattito nazionale. Nello stesso sondaggio OpinionWay, emerge anche che il 63 per cento dei francesi considera l’islam una “minaccia per la Repubblica”.

   

“Il risultato di questa invasione migratoria è la giustapposizione di comunità che si guardano con diffidenza e non hanno una vera voglia di stare insieme, benché la classe politica continui a sostenere i presunti benefici del vivre-ensemble. In Francia, si stanno sviluppando sempre più zone di non-diritto, dove le leggi della Repubblica non vengono più applicate e le popolazioni di origini europee sono minoritarie, se non addirittura assenti”, spiega al Foglio Dandrieu. E ancora: “Esistono interi quartieri dove le donne non possono più andare a prendere un caffè o uscire di strada senza il velo. L’avanzata dell’islam e l’immigrazione scriteriata hanno provocato questa situazione insostenibile. Per chi se lo fosse dimenticato, in un libro-intervista con due giornalisti del Monde, anche l’ex presidente della Repubblica, François Hollande, aveva riconosciuto che i fenomeni migratori, se non fossero stati controllati, avrebbero portato inevitabilmente a una secessione di una parte del paese. I francesi sono coscienti di queste derive e di questi pericoli, perché li provano sulla propria pelle ogni giorno. C’è una distanza siderale tra il popolo e le élite, che con il loro sguardo buonista dimostrano di essere totalmente sconnesse dalla realtà”. Oggi, Dandrieu sarà protagonista, a Roma, di un dibattito pubblico sul fenomeno dei flussi migratori, durante il quale è stato evocato un “Decalogo di Roma” di princìpi irrinunciabili per salvaguardare i valori e l’identità della cultura occidentale. Del rischio di suicidio della civiltà europea dinanzi all’invasione migratoria e all’islamizzazione rampante, Dandrieu aveva parlato in un libro che in Francia, lo scorso anno, era diventato un caso editoriale: “Église et immigration: le grand malaise”, un pamphlet controcorrente per denunciare l’imperativo dell’accoglienza di Papa Francesco, solidale con i migranti e i loro problemi di integrazione, indifferente, invece, verso le inquietudini identitarie dei popoli europei. “La mia analisi non è cambiata dallo scorso anno. Le dichiarazioni di Francesco degli ultimi dodici mesi dimostrano che non si è reso conto della gravità del problema migratorio: insiste sempre sulla necessità dell’integrazione, ma non prende in considerazione le difficoltà concrete di questa integrazione per i popoli europei”, dice al Foglio Dandrieu, prima di aggiungere: “La chiesa non può restare prigioniera della ‘cultura dell’incontro’. Anzitutto perché non è giusto per i popoli europei, i cui interessi sono completamente dimenticati. E non è giusto neppure nei confronti degli immigrati, a cui non c’è nulla da proporre, se non una falsa soluzione. Non si può continuare a incoraggiare questi processi migratori verso un continente europeo, quando si sa che le capacità di integrazione di questo continente sono già completamente sature. E’ una posizione generosa e caritatevole soltanto in apparenza, ma in realtà aggiunge disordine al disordine”.

   

In conclusione, Dandrieu evidenzia come sempre più personalità, all’interno alla chiesa, stiano alzando la voce per affermare che questa posizione aperturista in materia di accoglienza non può reggere all’infinito. “La chiesa dovrebbe avere una posizione più realista e responsabile, che sostenga non l’immigrazione di massa verso l’Europa, ma lo sviluppo dei paesi africani. E’ possibile conciliare carità e difesa dell’identità europea se ci si ricorda che la carità non può essere a senso unico. La chiesa deve mostrarsi generosa e caritatevole anche verso i popoli europei, che soffrono le conseguenze nefaste di questa immigrazione di massa”.

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