Così la May trasforma gli immigrati europei in moneta di scambio con l'Ue

Cristina Marconi

Londra. Theresa May è così, lo è fin dai tempi in cui era al ministero dell'Interno: l'immigrazione non le piace, è da sempre una delle sue caratteristiche politiche più forti e ha scelto di partire dai diritti dei cittadini europei nel Regno Unito per cercare di ridarsi un tono intransigente e bellicoso davanti ai Brexiteers, che sono in perpetua cospirazione per farli fuori. "Per me è chiaro che c'è una differenza tra quelli che sono venuti prima che uscissimo e quelli che sono venuti sapendo che il Regno Unito stava lasciando la Ue", ha spiegato la premier dalla Cina, dove pare si sia guadagnata il nomignolo di 'Zia May', aggiungendo che "quello che stiamo facendo è il lavoro che i britannici hanno chiesto al governo di fare, ossia ottenere risultati sulla Brexit. In questo non hanno votato perché nulla cambiasse una volta usciti dalla Ue".

   

In sostanza, la May vorrebbe che quando Londra sarà fuori dall'Unione, il 29 marzo del 2019, due anni dopo l'invio della lettera con cui si avviava la procedura di divorzio, la libera circolazione dei lavoratori si interrompa di botto, anche se per un po' di tempo (un paio d'anni almeno), il paese continuerà a trarre i benefici di membro della Ue, in un periodo di transizione dai contorni ancora confusi. Il quesito su cui si stanno accapigliando eurofobi e pro Ue è se, in questo lasso di tempo, Londra sarà europea o no e se avrà dei doveri, oltre a dei benefici.

 

Da Bruxelles la risposta è chiara. "La transizione deve voler dire una continuazione dell'acquis esistente senza eccezioni", ha detto Guy Verhofstadt, che rappresenta il Parlamento europeo nei negoziati. Da Londra una reazione degna di nota è giunta dall'ex cancelliere George Osborne, arcinemico della May, il quale ha fatto presente che lei non ha l'autorità per imporre una separazione "hard" dall'Ue. Le voci anti-Brexit si moltiplicano, il cancelliere Philip Hammond parla apertamente di un'uscita in cui cambi il meno possibile e l'ipotesi di secondo referendum è ormai oggetto di conversazione politica.

 

I pro-Brexit, dal vittoriano Jacob Rees-Mogg all'insidioso duo formato da Michael Gove e Boris Johnson, sanno che devono colpire finché possono, facendo leva sul fatto che la May fino a ora si è mostrata molto arrendevole con Bruxelles. E così di mezzo sono finiti quei tre milioni di cittadini europei che, nonostante le rassicurazioni iniziali di Londra, si sono ritrovati a essere una moneta di scambio nella danza immobile di questi negoziati. Perché anche se i loro diritti acquisiti verranno tutelati come promesso, l'incertezza sullo status di chi arriva dopo la Brexit – fino al dicembre 2020, secondo l'offerta della Commissione Ue – si rifletterà inevitabilmente su di loro. Basti immaginare quanta confusione verrebbe fatta su affitti, lavoro o sanità. Nel frattempo è stato reso pubblico un rapporto segreto del governo – l'ha tirato fuori Buzzfeed – che dice che tagliare l'immigrazione europea arrecherebbe danni tali da far impallidire i benefici di un accordo commerciale con gli Stati Uniti.   

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