Trump "ripulisce" l'Fbi di Comey e fa dimettere anche il n. 2 dell'agenzia

Mattia Ferraresi

Il numero due dell’Fbi, Andrew McCabe, ha dato le dimissioni dall’incarico, una decisione presa con grande “tristezza”, come ha scritto ai colleghi, ma che non era troppo al di fuori dei piani prestabiliti. E in quel “troppo” si nasconde la questione infiammata. McCabe aveva annunciato che si sarebbe ritirato a marzo, dopo aver raggiunto i termini per la pensione, e fino a qualche giorno fa non aveva fatto menzione di un cambio di programma nemmeno ai collaboratori più stretti. Ieri ha annunciato ex abrupto la sua dipartita: rimarrà in aspettativa fino al 18 marzo, data ufficiale del pensionamento.

 

La Casa Bianca dice che non ha “nulla a che fare” con la decisione di McCabe, che peraltro è stato alla guida dell’Fbi per qualche mese dopo il licenziamento di James Comey lo scorso anno, ma ci sono indizi sparsi ovunque, da Twitter fino alle fonti della West Wing, che dimostrano come la decisione sia l’esito di pressioni che partono direttamente dal presidente. Era stato lui, del resto, a trollarlo quando aveva annunciato il suo piano di uscita dal Bureau: “Il secondo dell’Fbi Andrew McCabe sta facendo girare velocemente le lancette per andare in pensione con i benefit totali. Ancora novanta giorni?!!”. Il presidente se l’era presa spesso con McCabe, che era finito in una lista nera perché la moglie, Jill, aveva corso per un posto al Senato della Virginia con il partito democratico e aveva accettato un finanziamento da una associazione legata all’allora governatore, Terry McAuliffe, vecchio amico e alleato dei Clinton. Secondo Trump, McCabe avrebbe dovuto quindi ricusarsi dall’inchiesta sulle email di Clinton, e certi lealisti del presidente hanno cercato di usare questa connessione fra l’Fbi e il mondo clintoniano per dimostrare la tesi della congiura anti trumpiana ordita dal “deep state” politicizzato e che usa come arma di distrazione la questione russa. Sull’onda dell’infedeltà politica percepita, l’Amministrazione ha così licenziato un direttore dell’Fbi e brigato fin troppo chiaramente per far fuori il suo secondo.

 

Da mesi va avanti una campagna per screditare l’agenzia di controspionaggio accusandola di essere un covo di democratici che agiscono su base politica, e oggi il Wall Street Journal pubblica un editoriale festante in cui invoca la “ripulitura dell’Fbi di Comey”. La pressione finale nel caso di McCabe è arrivata quando il direttore, Chris Wray, ha parlato della possibilità di riassegnarlo a un ruolo inferiore, citando come motivazione un’inchiesta interna dell’ispettore generale sulla condotta del Bureau nel caso della mail di Hillary Clinton e non solo. Si tratta anche dei migliaia di messaggi di intonazione anti Trumpiana scambiati fra agenti speciali poi coinvolti (e rimossi) nelle indagini sulla collusione russa. A quel punto McCabe ha deciso di dimettersi.

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