Così Trump voleva licenziare Mueller

Mattia Ferraresi

Lo scorso giugno Donald Trump ha ordinato di licenziare Robert Mueller, lo special counsel che indaga sulla collusione con la Russia, e ha abbandonato il progetto politicamente suicida soltanto quando il capo dei consiglieri legali, Don McGahn, si è rifiutato di trasmetter l’ordine al dipartimento di giustizia e ha minacciato di dimettersi. Lo scoop del New York Times, che ha avuto la conferma della notizia da quattro fonti dell’Amministrazione, smentisce tutto quello che il presidente ha sostenuto a proposito della posizione di Mueller negli ultimi sette mesi.

 

In diverse circostanze Trump ha esplicitamente detto che non ha mai pensato di licenziare l’ex direttore dell’Fbi che il dipartimento di giustizia ha scelto come procuratore imparziale per indagare i collegamenti fra la Trump Tower e il Cremlino. Anche l’interessato ha scoperto della circostanza di recente, nel corso delle indagini.

 

Secondo le fonti del Times, il presidente ha iniziato a parlare della cacciata di Mueller dopo la prima ondata di notizie secondo cui il procuratore stava seguendo la pista del reato di ostruzione alla giustizia. Trump ha così articolato tre conflitti di interessi che avrebbero reso Mueller inadeguato al ruolo:

 

• primo, una vecchia disputa sulla quota associativa in un golf club di Trump in Virginia;

• secondo, il fatto che aveva lavorato di recente nello studio legale che aveva difeso Jared Kushner;

• terzo, Mueller aveva avuto un colloquio per un ritorno alla direzione dell’Fbi proprio il giorno prima della sua nomina come special counsel.

 

McGahn, che è stato coinvolto in tutte le decisioni legali più importanti di Trump, compreso il licenziamento di James Comey, si è opposto con forza alle congetture del presidente per provare che Mueller doveva essere cacciato, temendo che la decisione – che pure è nei poteri presidenziali – avrebbe aggravato i sospetti di una congegnata operazione per sottrarsi alla giustizia.

 

L’esplosivo racconto del Times si aggiunge a una lunga lista di spericolate manovre, portate a termine o solo tentate, per smarcarsi dalla “caccia alle streghe” di cui Trump sostiene di essere vittima. Ha chiesto fedeltà a Comey, lo ha licenziato quando non l’ha ottenuta, ha fatto pressione su Jeff Sessions per non ricusarsi dal caso russo, gli ha chiesto di licenziare il numero due dell’Fbi, Andrew McCabe, ha cercato di convincere Mike Pompeo e diversi rappresentanti del Congresso di dire che non era sotto inchiesta, e alla fine ha anche ordinato la cacciata di Mueller.

 

Il pattern è chiaro, rimane da capire che cosa sia diventata una Casa Bianca in cui i funzionari si fanno avanti con informazioni devastanti sul presidente a sette mesi di distanza dai fatti.

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.