Controstoria di un anno di un Trump

Mattia Ferraresi

New York. La sintesi di Sam Tanenhaus, uno che scriveva della morte del conservatorismo anche prima della comparsa del Tea Party, è asciutta: “Nevertrumpers are in a bind”. Dopo un anno di burrascoso governo, quelli che in nome degli ideali conservatori hanno proclamato Trump per sempre impalatabile e irredimibile si sono incartati, sono in imbarazzo, fanno la spola fra gli orrori quotidiani della twitterologia e le delizie repubblicane della sua riforma fiscale. Sono atterriti dalla insuperabile inadeguatezza del personaggio e segretamente avvinti da successi politici che sono in coscienza difficili da attribuire alle capacità presidenziali, ma ci sono. Anche David Axelrod, gran consigliere di Obama, ha notato la discrasia: “Che siate d’accordo con le sue politiche oppure no – e io non lo sono – il presidente può intestarsi diverse vittorie: taglio delle tasse; giudici molto conservatori; deregulation radicale; la sconfitta dell’Isis; il ritiro da alcuni accordi globali, come aveva promesso. Eppure tutto è oscurato dal costante subbuglio che crea attorno a sé”. Il fronte della resistance da posizioni liberal è tutto sommato compatto, il movimento d’opposizione non ha altro collante se non l’antagonismo a Trump, mentre la vasta chiesa nevertrumpista contiene diversi carismi e sensibilità liturgiche in continua evoluzione. La parte più apocalittica è quella rappresentata da David Frum, che con un misto di lucidità e terrore ricostruisce e denuncia i tratti di una “trumpocrazia” che sta corrompendo l’anima della democrazia americana, un peccato mortale che non si perdona certo con qualche riforma condivisibile imbroccata per caso. Su una lunghezza d’onda simile è anche Bret Stephens, columnist di osservanza neoconservatrice del New York Times, che qualche tempo fa ha scritto che la lista di cose fatte da Trump non ha cambiato il suo inappellabile giudizio basato sulla “verità centrale del conservatorismo” enunciata da Daniel Patrick Moynihan: “E’ la cultura, non la politica che determina il successo di una società”. E Trump, culturalmente parlando, è la criptonite della virtù, del decoro, della decenza. Più o meno dall’altra parte dello spettro si colloca il realismo di un Ross Douthat, altro columnist conservatore del New York Times che viene dalla persuasione riformista ed è intriso di un cattolicesimo del genere di padre Richard John Neuhaus: “Trump è un dittatore su Twitter, un Caro Leader nella sua testa, ma nel mondo reale non c’è una trumpocrazia perché Trump non è in grado nemmeno di governare se stesso. E benché una vera tragedia possa un giorno accadere, in questo ciclo storico la farsa è arrivata per prima”. Nell’alveo di un certo pragmatismo senza entusiasmi da ultrà si muove anche il più importante think tank conservatore, la Heritage Foundation, che ha appena pubblicato una revisione dei risultati del primo anno di Trump a partire dagli obiettivi politici fissati in seno al movimento repubblicano. Il presidente ha realizzato in un anno il 64 per cento delle 334 proposte stilate da Heritage; Reagan si era fermato al 49 per cento. “C’è un sacco di rumore in questa città che copre il vero lavoro che è stato fatto”, ha detto l’amministratore delegato del pensatoio, Kay Coles James.

 

Lo speaker ha capito che The Donald non va combattuto colpo su colpo. I risultati politici erano scritti nel piano "A Better Way"

Tanenhaus, storico del conservatorismo, eterno biografo di William Buckley e già per un decennio alla guida della New York Times Book Review, legge il presente attraverso la lente del “governo del Congresso”, una concezione che da meticoloso studioso colloca in un dibattito a distanza fra Woodrow Wilson e James Burnham sull’equilibrio fra il potere legislativo e quello esecutivo, ma che nella pratica si traduce in questo schema: “Trump è una sagoma, una figurina presidenziale, lo speaker Paul Ryan fissa l’agenda legislativa e Mitch McConnell fa da broker fra la Casa Bianca e il Congresso. E’ con questo stranissimo equilibrio che siamo arrivati al paradosso di un presidente odiato all’interno del suo partito ma che allo stesso tempo mette in atto politiche conservatrici standard”, spiega al Foglio. Secondo Tanenhaus, questo assetto è il frutto anche di un colpo di genio politico di Ryan: “Ha capito una cosa che soltanto quelli che conoscevano da vicino Trump, vedi ad esempio Maureen Dowd, sapevano: Trump non lo puoi controllare. Guarda come sono finiti tutti quelli che ci hanno provato, tipo Bannon. Se non lo puoi controllare, allora puoi provare a indirizzarlo, a condurlo senza che lui se ne accorga, puoi tentare di fargli credere che i risultati che vuoi ottenere siano in realtà sue idee. Trovo che Ryan in qualche modo ci sia riuscito. Dopo un anno quali sono i risultati? Trump non ha fatto quasi nulla dei suoi proclami nazionalisti e ha fatto la riforma fiscale, ha cambiato postura sull’Iran, ha nominato giudici e fatto decreti graditi ai conservatori sociali, tutte cose che, guarda caso, erano contenute nel piano di Ryan, te lo ricordi, no?”. Nessuno se lo ricorda, naturalmente. Qualunque iniziativa o spunto durante la campagna elettorale è stata assorbita nel vortice arancione di Trump, ma soffiando via la polvere da Google si trovano tracce di un’iniziativa nata sul finire della presidenza Obama intitolata “A Better Way”, che poi è diventato lo slogan dello speaker: “Quella era l’ossatura del programma repubblicano, fatto di ricette liberiste, smantellamento del sistema di welfare, una visione del mondo tradizionalista e pro life e via dicendo. Il ragionamento di Ryan era: Trump perde le primarie, chiunque le vince finirà per adottare questo programma di buonsenso elaborato in anni di lavoro legislativo serio. Quando Trump ha vinto sono saltati tutti gli schemi politici, ma Ryan, protetto dal suo ruolo istituzionale, ha capito che c’era lo spazio per agire dietro le quinte. Ha trovato in McConnell un alleato instancabile che s’è accollato un compito mostruoso di continua cucitura con il delirante universo di Trump. Sono lavori logoranti, ma dopo un anno si può dire che hanno avuto ragione loro”.

 

Il presidente ha realizzato il 64 per cento dei punti del programma conservatore dell'Heritage Foundation, meglio di Reagan

Tanenhaus arriva a dire che con le continue distrazioni che offre, “Trump è un figurante utilissimo”, e forse perfino l’apripista di un nuovo ruolo del presidente, ancora senza nome: “Potremmo chiamarlo il ‘presidente celebrity’ o il ‘presidente culturale’, nel senso che il suo ruolo è quello di proiettare una certa immagine, non di governare”. Quel ruolo spetta ad altri: “Non c’è niente di meglio per chi è interessato alla policy di un oltraggioso giocoliere che tiene impegnati tutti con le sue provocazioni, l’importante è che stia lontano dai bottoni nucleari: per quello ci sono i generali”. Chi ha deciso di combatterlo rispondendo colpo su colpo, tweet su tweet, oggi è consumato e ininfluente: “I nevertrumpers hanno scelto una strada diversa da quella di Ryan, la strada dell’intransigenza, che li ha condotti in un vicolo cieco. Non hanno accettato che l’America scegliesse il suo primo presidente ‘post-virtù’, e certo avevano ottime ragioni di principio per opporsi, ma si sono trovati ad abbracciare una narrazione reattiva che dipende da quella del loro avversario”. I nevertrumpers, in fondo, non esistono senza Trump.

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