Per risollevare la Tunisia serve un Piano Marshall per l’Africa

Le proteste dei giorni scorsi sono rivelatrici di un malessere che le autorità non hanno saputo affrontare in questi anni. Sarebbe fatale per l’Europa non fare nulla per sostenere lo sviluppo economico del paese maghrebino

23 Gennaio 2018 alle 13:51

Per risollevare la Tunisia serve un Piano Marshall per l’Africa

79/5000 Traduci da: Inglese I manifestanti tunisini scendono in piazza a Siliana, a circa 130 km a sud di Tunisi (foto LaPresse)

Dalla primavera araba all’inverno il passo sembra essere stato abbastanza breve per la Tunisia. Le proteste andate in scena nei giorni scorsi nel paese maghrebino sono rivelatrici di un malessere economico e sociale che le autorità governative non hanno saputo affrontare in questi anni per una serie di motivi. Instabilità politica (dal 2011 ad oggi si sono succeduti nove governi), insicurezza (gli attentati terroristici del 2015 hanno drasticamente ridotto l’afflusso di turisti) e politiche economiche poco efficaci (il deficit di bilancio si è gonfiato fino a superare il 6 per cento del pil), hanno “tarpato” le ali a quella che poteva essere una storia di successo nella regione e che invece si è trasformata nell’ennesima delusione. Bassa crescita, disoccupazione, mancanza di investimenti dall’estero, rendono oggi la Tunisia un paese più vulnerabile e non basteranno di sicuro i 70 milioni di dollari che il governo ha deciso di stanziare per aiutare le famiglie meno abbienti allo scopo di calmare le proteste.

   
E dire che la Tunisia sembrava lo stato più promettente nella regione durante la stagione delle primavere arabe del 2011, l’unico a portare a compimento una vera transizione verso la democrazia dopo decenni di autoritarismo sotto il regime di Ben Ali. Invece, le manifestazioni che si sono svolte a Tunisi l’altro giorno, nella celebrazione del sesto anniversario dalla rivoluzione dei Gelsomini, lasciano presagire che anche l’esperienza tunisina potrebbe rischiare di fallire, questa volta non per ragioni politiche ma per l’incapacità dei governanti di avviare un percorso efficace di riforme economiche.

    
Proprio per questo sarebbe un errore fatale per l’occidente (e in particolare per l’Europa) disinteressarsi della Tunisia e non fare nulla per sostenerne lo sviluppo economico. Assistere da spettatori passivi agli eventi interni rischierebbe di fare avvitare il paese mediterraneo in una spirale negativa che potrebbe anche cancellare i progressi ottenuti in campo democratico (il pugno di ferro adottato dalle autorità contro i manifestanti non lascia ben sperare) e creare le premesse o per un ritorno al passato o per costituire un rifugio ai tanti gruppi terroristici che si aggirano nel nord Africa.

    
Occorre dunque un impegno concreto per aiutare la Tunisia ad uscire da questa prolungata congiuntura negativa, ma le ricette del Fondo monetario internazionale non sembrano in questo momento le più indicate. Un programma di prestiti condizionati all’adozione di drastiche misure di aggiustamento fiscale porterebbero nel breve periodo ad un peggioramento delle condizioni sociali nel paese, con il rischio di aggiungere benzina sul fuoco.

            
Ecco perché l’Europa dovrebbe elaborare un’idea di più ampio respiro, vedendo la Tunisia come una parte fondamentale di un progetto più grande ed elaborato. Sarebbe opportuno pensare ad un grande Piano Marshall per l’Africa, mediterranea ma anche subsahariana, che affronti in maniera organica e coerente le questioni della stabilità politica, della sicurezza, dello sviluppo economico.

      
Interessante sembra a questo proposito la annunziata visita proprio ad Hammamet per l’anniversario della morte di Bettino Craxi, un campione del riavvicinamento tra le due sponde del Mediterraneo, di Silvio Berlusconi che aveva immaginato già quando era capo del governo un piano di assistenza economica alla regione Mena.

    
Per quanto riguarda l’Italia, si vedono già i semi degli interventi mirati a favorire la soluzione di questi nodi intricati, a partire dal sostegno offerto alla Libia, così come la nostra decisione di inviare soldati in Niger. Un impegno per il nuovo governo che in primavera (si spera) si insedierà a Palazzo Chigi sarà quello di lanciare un grande progetto per l’Africa che coinvolga tutta l’Unione europea e catalizzi investimenti nei paesi da individuare come prioritari. Ciò faciliterebbe la stabilizzazione dell’intera regione mediterranea, contribuendo anche ad affrontare alla radice la questione migratoria. La Tunisia ci sta chiedendo un aiuto a nome dell’intera sponda sud del Mediterraneo: non facciamoci trovare impreparati.

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