Perché l'ambasciata americana a Londra fa così infuriare Trump

Cristina Marconi

Londra. Una fortezza di vetro trapuntato a due passi dal fiume, in un punto in cui il rutilante centro della capitale inglese si diluisce e sembra quasi di ritrovarsi in una città olandese. La nuova ambasciata americana sorge lì, a Nine Elms, quartiere ex operaio che ora, complice il fatto di essere molto centrale, è diventato il luogo d’elezione di un certo tipo di condomini di lusso, architettonicamente rubbish, spazzatura, dicono gli esperti, ma tanto tanto costosi e luccicanti. Non che sia periferia, tutt’altro. Pimlico è dall’altra parte del fiume, Chelsea un po’ più in là, Westminster si raggiunge anche a piedi e per avere due ettari di terreno nel 2008, ai tempi in cui l’Amministrazione di George W. Bush pianificò il trasferimento, non c’erano tantissime opzioni: la poco prestigiosa rive droite sul Tamigi apparve subito un buon compromesso per chi aveva l’esigenza di costruire in città la prima fortezza con fossato dai tempi della Torre di Londra.

   

Solo che allontanarsi dall’indirizzo perfetto di 1 Grosvenor Square, cuore di panna della patrizia Mayfair, con quel palazzo di Erio Saarinen che si stagliava, oltre che per il ponderoso aquilotto di bronzo con gli undici metri di apertura alare, anche per la sua ruvidezza modernista così diversa rispetto ai soffici palazzi dei vicini, tra cui l’ambasciata italiana, fa un certo effetto a tutti. Tanto più in un paese in cui i deputati preferiscono vivere tra gli spifferi artici e le crepe di una Westminster pericolante e, come si è visto nel marzo scorso, piuttosto vulnerabile agli attacchi piuttosto che cedere all’onta di trasferirsi in un luogo magari un po’ meno pieno di storia ma sicuramente più funzionale. Di questi tempi, poi, sarebbe una follia.

   

Sulla facciata ricoperta da una trama di vele appuntite non c'è spazio per la mitica aquila di bronzo. E i costi sono saliti alle stelle. Ma contano anche sicurezza ed ecosostenibilità. Nel caos della visita saltata (non era nemmeno di stato, e quanti urli), s'è aperto uno spazio all'evento in Svizzera

I simboli contano, a Londra più che altrove, e la scelta degli americani ha suscitato molte perplessità, prima ancora che il presidente Donald Trump, immobiliarista in chief, decretasse: pessimo affare, il nastro per questa roba non vengo a tagliarlo, e la visita a Londra già contestatissima per altri motivi è saltata. A parte il fatto che sulla facciata ricoperta da una curiosa trama di vele appuntite in tetrafluoroetilene – servono a mitigare il riflesso del sole e a raccogliere energia, ma ricordano un po’ delle calze appese ad asciugare – lo spazio per l’aquila di bronzo non c’è, l’insieme non potrebbe essere meno trumpiano: una casa di vetro ispirata ai concetti di “trasparenza, apertura e uguaglianza”, il cui costo faraonico non è rispecchiato nella grandeur dell’insieme, dodici piani di sostenibilità e celebrazione del grande paesaggio americano circondati da un fossato profondo a prova di autobomba e da un giardino che dietro ogni pianta nasconde dispositivi di sicurezza.

  

L’interno è maestoso e impersonale, con la vista un po’ oscurata dai pannelli esterni, e con i suoi 48 mila metri quadrati offre tutto lo spazio necessario per i diplomatici, i servizi consolari, i militari, i medici dell’ospedale. Dal tetto si raccoglie l’acqua piovana, i vetri antiproiettile sono tripli, dietro le siepi ci sono muri di cemento armato, l’edificio è separato dalla strada da un generoso spazio di trenta metri, eppure il lavoro dello studio KieranTimberlake di Philadelphia, che ha vinto l’appalto nel 2010, in piena era obamiana, con i suoi 65 metri di altezza e i dodici piani poggiati su una base, leggero proprio non sembra. Impenetrabile sicuramente sì, sebbene non abbia muri visibili e abbia una parte dello spazio esterno aperto al pubblico.

      

Da quando sono iniziati i lavori il panorama di Nine Elms è cambiato e le esigenze pure ed è per questo, spiegano, che i costi sono lievitati fino ad arrivare a un miliardo di dollari (1,2 secondo il tweet di Trump), spesi soprattutto in sicurezza. Niente che sia stato pagato dai contribuenti, sia chiaro: i proventi delle vendite delle altre proprietà londinesi sono bastate a coprire i costi, anche se secondo Trump l’edificio di Grosvenor Square è stato dato via per “bruscolini” al fondo del Qatar che lo trasformerà in un albergo di lusso – studio di architettura David Chipperfield, costo stimato per i lavori: un miliardo di sterline – con buona pace delle ansiose contesse di zona che da anni lamentavano tutte quelle misure di sicurezza così invadenti e quel continuo timore di finire travolti in un attentato, cosa che nella Londra del 2017 non era del tutto campata in aria. Era l’ambasciata “meglio situata e più pregiata” di Londra, secondo il presidente, e il contratto di locazione del terreno era di quelli generosi, con scadenza nel 2953, ma il fatto che fosse in un edificio vincolato per ragioni artistiche non rendeva neppure possibile modificarlo per adattarlo ai tempi.

 

E per questo è stato ceduto per 812 milioni di dollari, mentre la nuova sede, comprata quando Nine Elms non aveva ancora assunto pose da novella Kensington, era costata appena 275 milioni di dollari. Woody Johnson, l’ambasciatore americano, uno che in queste settimane la diplomazia l’ha dovuta usare tutta, ha definito il lavoro un simbolo della “special relationship” tra i due paesi, e meno male che c’è questo cubone a dimostrarlo ora che la visita di Trump nel Regno Unito continua a essere rimandata e l’inquilino della Casa Bianca è stato ripetutamente definito “non benvenuto” dal sindaco di Londra Sadiq Khan, a cui hanno fatto eco altri esponenti laburisti come Jeremy Corbyn secondo cui la special relationship non esiste, e la ministra ombra degli Esteri, Emily Thornberry, che ha definito Trump “un asteroide di orrore che si è abbattuto sul mondo”.

   

Boris Johnson si è infuriato – ha chiamato Khan “pomposo damerino” e gli ha fatto presente che gli Usa sono i primi investitori nell’economia britannica (considerazione che in vista di precipitare nel fossato della Brexit non è fuori luogo) – tutti si sono sentiti sollevati da una parte (e anche un po’ fieri di essere sempre i più difficili da conquistare) e consapevoli che il problema è solo rinviato, visto che quella cancellata non doveva essere neppure una vera visita di stato in pompa magna, di quelle che prima o poi toccherà organizzare per bene con regina, banchetti e parate, costi quel che costi. Meno male che c’è Davos per fare un po’ pace, con l’incontro “accidentale” tra Theresa May e Donald Trump per spiegare che Londra è così e che il sud del Tamigi non è un quartiere shithole, ma un punto da cui ricostruire, volendo.

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