Il Congresso vota una tregua per lo shutdown, ma la guerra continua

Mattia Ferraresi

New York. Lo psicodramma politico dello shutdown si è formalmente concluso con una tregua di tre settimane. Lunedì il Senato ha votato per la riapertura dei servizi federali non essenziali dopo che i leader democratici e repubblicani al Congresso hanno trovato un accordo, “con l’abbagliante assenza della Casa Bianca”, come ha detto il leader dei senatori democratici, Chuck Schumer. Lo stesso Schumer ha lasciato intendere che l’estensione del negoziato concordata con Mitch McConnell, il suo omologo repubblicano, prevederà anche una votazione sul destino del Daca, il provvedimento obamiano per la protezione dei dreamers stralciato da Trump, vero perno politico delle trattative che per ora sono finite in un vicolo cieco. Washington torna a respirare per qualche settimana, ma gli schieramenti continuano a darsi la colpa per l’impasse istituzionale e politica. Donald Trump ha twittato: “I democratici hanno fermato i servizi federali per difendere gli interessi della loro base di estrema sinistra. Non vorrebbero farlo ma sono impotenti!”. Lo sfogo cinguettato potrebbe facilmente essere rigirato contro il suo autore, ma contiene un’aliquota di verità intorno alle sabbie mobili da cui lunedì il Congresso si è disincagliato a fatica, blocchi generati dalla partigianeria politica che si sono già imposti in passato e immancabilmente si riproporranno in futuro. Nella Washington azzoppata per qualche giorno dallo shutdown dello stato federale, che in pratica consiste nella chiusura dei servizi amministrativi non essenziali, lo sport più praticato è lo scaricamento del barile sugli avversari politici. I democratici dicono che è colpa di Trump, che ha rifiutato un compromesso bipartisan per risolvere la questione dei dreamers, cosa che avrebbe sbloccato l’accordo sui finanziamenti allo stato.

 

Chuck Schumer, il capo dei senatori democratici, ha spiegato che Trump ha perfino rifiutato le concessioni sul muro al confine offerte dalla sinistra, per dire della pervicacia distruttiva di un presidente che tiene a infangare l’avversario più che a realizzare la sua agenda di governo. I repubblicani replicano che sono stati gli avversari a proporre uno scambio inaccettabile al solo scopo di far naufragare la trattativa, per poi incolparli di aver causato una situazione sgradita a tutti. Uno degli slogan del fine settimana recita che la sinistra ha a cuore più i clandestini dei soldati americani, che verrebbero penalizzati dai tagli al budget del Pentagono proposti dai democratici. Uno dei paradossi di questi confronti ricorrenti è che gli effettivi colpevoli dello shutdown, ammesso che vengano individuati dall’opinione pubblica, di solito non pagano alcun prezzo politico. Non sono mai state osservate conseguenze in termini di popolarità e risultati elettorali per il partito che viene riconosciuto come principale responsabile dello shutdown. Nel 2013 i conservatori sono finiti sotto il fuoco polemico per avere causato la chiusura dei servizi federali – i sondaggi di allora dicono che gli americani incolpavano il Gop, non i democratici – e un anno dopo alle elezioni di midterm hanno spazzato via gli avversari e ripreso il controllo del Senato. Le colpe dello shutdown non hanno necessariamente ricadute elettorali, fenomeno bislacco per un dispositivo che dagli anni Novanta prevede un danno autoinflitto all’intero paese proprio per costringere le parti a trovare un accordo. L’assenza, però, di costi politici immediati e misurabili hanno reso lo shutdown un’occorrenza sgradita ma a conti fatti non troppo dannosa, spingendo i partiti a rischiare al massimo per ottenere ciò che vogliono invece che costringerli a temere le conseguenze di un mancato accordo. La forzatura per costringere le parti a incontrarsi a metà strada si è trasformata in un incentivo a radicalizzarsi, e questo vale anche nella dialettica interna agli schieramenti.

 

Questi giorni di trattative febbrili mostrano che i partiti sono ostaggio delle rispettive minoranze più radicali, che rappresentano le idee e la sensibilità di una minuscola fetta dell’elettorato. Qualunque indicatore conferma che la stragrande maggioranza degli americani non vuole lo shutdown dello stato federale e che una simile maggioranza (74 per cento secondo un sondaggio Pew) è favorevole alla concessione di uno status legale permanente a gli ottocentomila clandestini che sono entrati negli Stati Uniti quando erano minorenni e che si trovano senza lo status legale concesso loro da Obama, ma i rappresentanti del popolo al Congresso sono riusciti ugualmente a portare lo stato alla chiusura dei servizi. Come è stato possibile?

 

“In questo caso, come in molti altri, il processo politico è stato guidato non da quelli che si collocano al centro degli schieramenti ma da quelli che compongono parti più estreme e minoritarie della base ideologica dei due partiti. Lo shutdown è successo perché i politici sono più preoccupati della reazione negativa della base per non essere stati abbastanza intransigenti che della reazione negativa dell’elettorato generale per essere stati troppo intransigenti”, ha scritto Gerald Seib sul Wall Street Journal, il quotidiano di Murdoch che si offre come mediatore fra i ruggiti nazionalisti della minoranza trumpiana e il popolo repubblicano tradizionale. La danza presidenziale in questa circostanza offre conferme alle osservazioni del columnist conservatore: Trump ha segnalato in molti modi la sua disponibilità a risolvere la questione dei dreamers in cambio di misure per arginare la “immigrazione a catena”, ma quando si è trattato di concludere l’accordo ha smesso di ascoltare il negoziatore al Senato, Lindsey Graham, e si è lasciato convincere dal capo di gabinetto, John Kelly, per l’occasione trasformato in custode della linea dura sul tema che più di ogni altro muove gli istinti più profondi della base nazionalista. La stessa cosa è successa dall’altra parte della barricata. Mentre il senatore Dick Durbin presentava il compromesso raggiunto insieme a Graham, il numero due dei democratici alla Camera, Steny Hoyer, faceva sapere che la merce di scambio offerta alla Casa Bianca per proteggere i dreamers – ad esempio una profonda riforma della lotteria per l’assegnazione delle green card – era “inaccettabile per gran parte del nostro elettorato”. Domenica, prima del voto decisivo, 22 senatori moderati si sono incontrati per vergare un accordo bipartisan e dimostrare così ai rispettivi leader che trovare una linea di compromesso non era soltanto possibile ma perfino semplice: basta liberarsi dalle pressioni delle minoranze arrabbiate. Lunedì si è scelta la soluzione di breve respiro per riaprire i canali di comunicazione, ma lo stallo è scritto nella logica perversa di maggioranze parlamentari tenute in ostaggio dagli idoli minoritari della base.

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