Chi è Nadia Schadlow, la donna della sicurezza di Trump

Mattia Ferraresi

Nel suo libro “War and the Art of Governance” Nadia Schadlow denuncia un errore che gli Stati Uniti commettono ogni volta che intervengono in un paese straniero: “Concentrarsi soltanto sulle operazioni tattiche e ignorare il duro lavoro di ricostruzione e sviluppo del tessuto politico”. Un deficit, insomma, nella capacità di pianificazione, una miopia che induce a considerare la dimensione immediata a discapito dei ragionamenti di lungo periodo. Basterebbe questa frase a squalificare l’esperta di sicurezza nazionale dal novero delle simpatie naturali di Donald Trump, presidente reattivo e squisitamente tattico che fatica a pianificare strategie che vadano al di là del prossimo tweet.

 

Il consigliere per la sicurezza nazionale, il generale H.R. McMaster, ha scelto Schadlow nel ruolo di suo vice per sostituire Dina Powell, che alla fine dello scorso anno aveva annunciato la sua imminente partenza, uno dei pochi divorzi amichevoli (forse) in una Casa Bianca dove vige un clima di permanente rimpasto. Powell è una funzionaria governativa di origini egiziane cresciuta alla scuola di Goldman Sachs che si è fatta strada nel mondo della diplomazia e della cultura anche grazie ai suoi talenti da socialite.

 

A Washington è leggendaria la sua capacità di presenziare a tutte le feste che contano esibendo sempre argomenti intelligenti su qualunque scenario geostrategico. Alla Casa Bianca era protetta da Gary Cohn, ex presidente di Goldman e consigliere economico del presidente, relazione che garantiva un ulteriore canale di comunicazione fra il consiglio di sicurezza e lo studio ovale.

 

Il profilo di Schadlow è l’opposto di quello di Powell. Studiosa preparatissima che si è costruita una carriera fra i corridoi meno visibili del Pentagono, i think tank sulla sicurezza e ha preso un dottorato alla scuola di politica della Johns Hopkins University, credenziali ineguagliate nel consiglio per la sicurezza di Trump, Schadlow è fra le migliori menti strategiche di Washington, ma non è una persona di relazioni, non ha i talenti richiesti in una struttura tortuosa e contraddittoria dove tutti combattono per avere un po’ di attenzione da parte del presidente più distratto e volubile della storia recente. Il grande reality show della Casa Bianca non è concepito per i profili professionali seri come quello di Schadlow. McMaster l’ha scelta per le comprovate capacità – i due hanno lavorato a lungo assieme – ma così facendo ha scelto anche di fare un passo indietro nella logica delle influenze interne. Forse il profilo basso serve a evitare il percorso che ha bruciato tanti consiglieri che credevano di poter influenzare Trump e alla fine sono stati schiacciati con infamia da un commander che non sopporta di essere comandato. L’ultima figura a rischio è John Kelly, marziale capo di gabinetto che è finito sotto il fuoco trumpiano per averlo contraddetto in un colloquio con alcuni rappresentanti del Congresso. Un retroscena di Gabriel Sherman apparso su Vanity Fair contiene la battuta che riassume il modus operandi del presidente: “Ecco un altro squilibrato che pensa di avere le mani sul volante”.

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