Tutti pazzi per le criptovalute. Ma in Asia la cosa sta sfuggendo di mano

Giulia Pompili

Roma. Questa settimana è stata la più nera per le valute virtuali. Tra lunedì e martedì il mercato globale è crollato del 37 per cento, un disastro dovuto in parte all’estrema volatilità di questo tipo di valuta ma anche per il panico generato dall’andamento generale. Il fatto è che se si vuole capire qualcosa sul mondo delle valute virtuali bisogna andare in Asia. Qui c’è il mercato più grande del mondo – non a caso il misterioso inventore dei Bitcoin, Satoshi Nakamoto, ha un nome nipponico. 

  

Sin dallo scorso anno la Cina ha iniziato una stretta su tutti i siti internet che fanno scambi di valuta virtuale, chiudendo le contrattazioni “ufficiali” sui Bitcoin, limitando l’attività delle miniere di criptovalute, e cercando di fermare anche i canali “alternativi” come le app sugli smartphone. Una reazione drastica, definitiva. In Giappone il governo di Shinzo Abe ha usato un’altra strategia: autorizzare e anzi adottare la valuta virtuale come metodo di investimento, con undici valute virtuali promosse dal governo e strettamente controllate. Tokyo, dopo vent’anni di deflazione, soffre ancora l’avversione al rischio dei piccoli investitori, e la strategia di Abe è proprio quella di disincentivare l’accumulo di denaro sotto al materasso in tutti i modi possibili. Non è un caso se qualche settimana fa sia stata lanciata una pop band, tutta al femminile, che canta e balla le criptovalute: l’obiettivo delle “Virtual Currency Girls” è quello di spiegare ai giovani investitori, o a quelli più distratti, come investire senza rischiare.

  

E poi c’è il caso sudcoreano. La Corea del sud è il terzo mercato globale di valute virtuali. La definizione perfetta l’ha data qualche tempo fa il ministro delle Finanze di Seul, che ha parlato di una specie di “mania”, una moda, iniziata un paio di anni fa: i sudcoreani sono diventati pazzi per le criptomonete. E adesso che almeno due milioni di coreani hanno investito in valute virtuali, l’andamento del mercato fa supporre soluzioni drastiche, anche perché finora il governo non è riuscito a trovare una forma per controllarlo. Inoltre, non c’è solo il pericolo che la bolla scoppi: secondo diverse firme di cybersicurezza gli hacker nordcoreani avrebbero già tentato di aggredire i fondi virtuali del sud. Ma secondo un sondaggio di Incruit, quasi il 35 per cento dei coreani è contrario alla regolamentazione del governo. Più di 210 mila persone hanno firmato l’altro ieri una petizione indirizzata alla Casa Blu, il palazzo del governo di Seul, per chiedere al governo del presidente Moon Jae-in di non infilarsi nella questione delle valute virtuali. 

  

Il problema in Corea del sud riguarda soprattutto i giovanissimi. Almeno la metà degli studenti liceali e universitari ha investito piccoli risparmi in valute virtuali attraverso le app. Questi ragazzi vogliono fare soldi, come i loro genitori li avevano fatti negli anni Novanta investendo nel mercato immobiliare. In giro, nelle pubblicità, ci sono storie di successo, ma ognuno conosce un amico di un amico che si è rovinato. Dai giovani, la “mania” degli investimenti virtuali è poi passata agli adulti, come una specie di surrogato al gioco d’azzardo, che è vietato nel paese. 

 

La diffusione e la fiducia nella tecnologia, poi, è determinante per comprendere il valore delle valute virtuali qui nel mondo del 5G e della “Kimchi premium” (così chiamano il valore della valuta virtuale scambiata, con il nome del piatto tipico coreano). Ma il fattore più preoccupante è che online si è tornati a parlare della temperatura dell’acqua del fiume che bagna la capitale Seul, il fiume Han. “Quanto è freddo oggi il fiume Han” è un’espressione divenuta simbolo della crisi finanziaria asiatica del 1997, quando molti businessman sudcoreani che avevano perso tutti i risparmi sceglievano il fiume Han, e le sue gelide acque, per farla finita.

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