Perché la voglia di indipendenza della Scozia vacilla

Stefano Basilico

L’indipendenza scozzese, nonostante la Brexit, pare sempre più un miraggio. Dopo la sconfitta nel referendum del 2014, i separatisti dell’Snp speravano di trovare nuova linfa dalla decisione del Regno Unito di abbandonare l’Unione europea. All’indomani della vittoria del leave, la leader del partito Nicola Sturgeon venne accolta in pompa magna a Bruxelles, fomentando lo spirito indipendentista, ora in nome della permanenza nell’Ue. In quei giorni, fino alla fine del mese di giugno, il Si alla separazione da Londra era tornato di moda nei sondaggi. Un’indagine lanciata ieri da YouGov per il Times mostra una situazione completamente ribaltata. Sarebbero contrari all’indipendenza il 57 per cento dei cittadini a nord del Vallo di Adriano, contro un 43 per cento di favorevoli, l’opposizione più alta dal giugno 2016. Non solo: anche in seguito alla Brexit, il 47 per cento dei cittadini vorrebbe rimanere legato a Londra, contro un 36 per cento che sogna la separazione e il ritorno nell’Ue.

    

I sondaggi, e il caso della Brexit ce lo dimostra, vanno presi con le pinze. Tuttavia pare emergere un andazzo generale che trova conferma in una serie storica di rilevazioni e anche nei risultati elettorali. Durante le ultime elezioni generali volute da Theresa May, i nazionalisti scozzesi hanno perso quasi metà dei loro seggi a Westminster. Segnali già poco incoraggianti si erano visti a un mese dal referendum sulla permanenza nell’Ue, quando si tennero le consultazioni per il Parlamento scozzese. In quel caso ci fu un exploit dei Tories guidati da Ruth Davidson e si intravidero le prime crepe del partito di Sturgeon, che riuscì a mantenere la maggioranza, ma perse sei deputati. Un canovaccio che, secondo YouGov, potrebbe ripetersi alle prossime elezioni: sia nei sondaggi per il Parlamento britannico sie per quello locale di Holyrood, l’Snp ha perso quattro punti percentuali da ottobre. Tradotto in seggi, si tratterebbe di otto deputati in meno, con le truppe scozzesi nella Camera dei Lord che si ritroverebbero decimate.

   

Uno dei paradossi è che questo ritrovato pragmatismo unionista si manifesta in uno dei momenti peggiori per il governo di Theresa May. Caratterizzato da un rimpasto blando dopo soli sei mesi da elezioni che sono state una vittoria di Pirro, minato nella già scarsa credibilità da un susseguirsi di scandali sessuali che hanno portato alle dimissioni di due ministri, impacciato nella gestione di una Brexit che pare sempre più in mano a Bruxelles, imbarazzato dal fallimento del gigante degli appalti Carillon, attaccato per l’emergenza invernale cronica del sistema sanitario, l’esecutivo di May rimane in piedi. Il primo ministro che navigava su un guscio di noce alla guida di un governo balneare pronto ad essere arrembato dagli squali del leave, nonostante un indice di gradimento ai minimi (il 68 per cento dei britannici se ne vorrebbe sbarazzare), continua a galleggiare. Forse è proprio nella consapevolezza di poter cadere a ogni minuto la forza di Theresa May, maestra di resilienza capace di attutire ogni recente evento traumatico della politica britannica in maniera quasi democristiana, annacquando la Brexit e accordandosi con micro-partiti locali per governare. Una dote che manca a Nicola Sturgeon, che di fronte a sé ha obiettivi più ambiziosi che puntano a rompere, non a mantenere, le attuali condizioni di governo del Regno Unito e la nazione stessa.

  

May non è spigliata come i suoi predecessori, né come loro è incline a eccitanti vittorie o a sconfitte umilianti, ma il suo imbranato e zoppicante governo tira avanti. Sturgeon e il suo progetto di rottura con Londra, paiono anch’essi annacquati e diluiti nel paiolo di normalizzazione della politica britannica di May. Un intruglio da cui si salva solo il duro e puro Corbyn, scelto non a caso in quanto oppositore da una vita, persino del suo partito, antitetico allo status quo per dna.

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