Trump è anche peggio di quel che sembra

Mattia Ferraresi

New York. Chi crede che la rappresentazione dadaista del disordine e dell’inadeguatezza dell’Amministrazione Trump firmata da Michael Wolff nel bestseller globale Fire and Fury abbia esaurito ogni possibile carica critica farebbe bene a mettere le mani su una copia di Trumpocracy: the Corruption of the American Republic di David Frum, uscito ieri negli Stati Uniti. In questo tomo c’è di che spaventarsi per davvero. Wolff, luminare della rumorologia, con una tavolozza di colori scintillanti ha fissato un fermo immagine delle contraddizioni e delle assurdità del trumpismo così come si presentano a occhio nudo, mettendo in luce la guerra per bande che ha portato alla damnatio postuma dell’ex anima nera di Steve Bannon, il quale nel frattempo ha ricevuto un mandato di comparizione davanti a un gran giurì sui rapporti con la Russia, e ora a Washington si ricama su eventuali accordi vendicativi fra lui e lo special counsel, Robert Mueller. Frum, critico di scuola conservatrice dotato di prospettiva storica e senso del contesto, si concentra invece sui danni profondi che il presidente sta infliggendo all’impianto repubblicano e liberale della più importante democrazia della storia. Usa un cannocchiale rovesciato per leggere il presente. Esistono almeno due scuole di pensiero intorno alla pericolosità istituzionale di Trump. Una dice che la struttura disegnata dai Padri fondatori è infinitamente più solida delle mattane di un tycoon con il ciuffo arancione, e il sistema dei check and balances è un antidoto efficace contro tutte le pulsioni autoritarie, e non è la prima volta che una figura instabile arriva alla presidenza. L’altra sostiene invece che l’edificio si sta deteriorando sotto i colpi continui dell’imprevedibile con-man e della sua corte di malevolenti. Frum rappresenta la parte più estrema di questa seconda scuola, e nel suo libro al solito informato e ricchissimo nella ricostruzione dei passaggi che hanno portato l’America fin qui si propone di raccontare “la storia di chi ha agevolato, permesso, sostenuto e collaborato con Donald Trump”, e molti di questi sono formalmente inclusi nelle liste dei critici del presidente. L’autore sa che le condizioni che hanno permesso l’ascesa di Trump sono assai più vaste della sua figura, e lui in fondo non è che un epifenomeno, un sintomo di una patologia più grave.

 

In ciò risiede la forza della tesi di questo ex speechwriter di George W. Bush che ha inventato l’espressione “asse del male” e poi si è trovato escluso dai circoli neoconservatori in cui era cresciuto: non crede che il personaggio Trump sia l’alfa e l’omega del problema dell’America. Se Trump ha sfondato barriere politiche, istituzionali e anche psicologiche è perché erano già state assottigliate da un lungo processo di logoramento. Un esempio per tutti riguarda la politica sull’immigrazione durante gli anni di Obama. Nel primo mandato il presidente rispondeva “devo rispettare la legge” e dava compunte lezioni sulla divisione dei poteri a chi a sinistra lamentava una certa timidezza sulla questione dei clandestini; nel secondo mandato ha gettato a mare la prudenza costituzionale e ha diramato una raffica di decreti per aggirare il Congresso, alcuni dei quali ad altissimo rischio di incostituzionalità (ad esempio quello, molto discusso in questi giorni, sulla protezione dei dreamers). La sbrigliatezza di Trump è anche figlia di squilibri e forzature istituzionali messe in atto dai suoi rivali: “Non ha creato le vulnerabilità che ha sfruttato: lo aspettavano”, scrive Frum, che pagina dopo pagina illustra la paradossale alleanza de facto fra l’irrituale Trump e diversi suoi più rituali predecessori.

 

Ma i danni di Trump, la sua opera di “corruzione della repubblica americana”, sono in qualche misura permanenti? “Il danno che è stato fatto alle istituzioni non verrà sicuramente corretto in fretta”, dice Frum al Foglio. “Ha dato prova che il presidente non è tenuto a pubblicare la sua dichiarazione dei redditi se non vuole, che il presidente può continuare a dirigere i suoi affari personali, che il presidente può ricevere milioni di dollari non dichiarati da soci d’affari in stati semi autoritari: Filippine, Turchia, Emirati Arabi. Niente di tutto ciò è illegale, semplicemente non si faceva. E ora invece si fa”. Fra tutti i precedenti che Trump ha segnato, fra tutti i malcostumi che ha sdoganato, Frum sostiene che il più grave è il cambiamento dei rapporti fra la Casa Bianca e gli apparati militari e d’intelligence: “La cosa più pericolosa che sta succedendo nell’America di Trump è che nell’esercito, nella Cia e nell’Fbi il presidente è visto come una persona di cui non fidarsi e da evitare. Le agenzie di intelligence lo vedono come il presidente che è arrivato alla Casa Bianca con l’aiuto delle spie russe. Vedono che ha fatto transazioni immobiliari che puzzano di riciclaggio. Ricordano bene le vecchie accuse di aver fatto affari con la criminalità organizzata. Hanno paura che possa inavvertitamente svelare altri segreti ai nemici dell’America, e perciò hanno deciso di tenere riservate molte informazioni, di fare continuamente dei leak contro di lui. Lo considerano un corpo estraneo, un virus nel sistema della Sicurezza nazionale. Queste cose non porteranno nulla di buono”. Come si combatte efficacemente questo processo di “corruzione”? Un anno di resistance non ha portato molti risultati, se non al tedio e alla stanchezza della critica, i nevertrumper che credevano di mettere alle corde il presidente contestandolo colpo su colpo, tweet su tweet, ora hanno le armi spuntate oppure si sono allineati: “Combattere Trump è e sarà sempre più difficile”, dice Frum, e se c’è un antidoto non viene dalla politica, dai commentatori, dalle pressioni washingtoniane. “Se i democratici vinceranno le elezioni di midterm a novembre aumenterà anche il loro potere di fare indagini su Trump. Ma questo, in modo perverso, renderà i repubblicani più attivi nel difenderlo, perché non vorranno cedere tutto il loro potere e non avranno altro a cui aggrapparsi. Poiché le indagini andranno a colpire l’unico asset politico rimasto, più Trump apparirà colpevole e più il partito lo difenderà in modo disperato. La vera soluzione impone che i cittadini entrino ancora di più nella battaglia. C’è un nuovo spirito che si sta sollevando, ed è molto incoraggiante, ma c’è un enorme punto di domanda: il movimento di cui abbiamo bisogno è profondamente conservatore, è un movimento in difesa del governo e della Costituzione. Si riusciranno a mobilitare le folle per obiettivi tanto conservatori?”. Secondo Frum, Trump “non ha fatto quasi nulla per realizzare l’agenda conservatrice”, ma il libro è stato completato prima della riforma fiscale, il big fucking deal dell’Amministrazione Trump. Da allora il fronte lacerato della destra sembra ricompattato, il presidente si fa vedere a braccetto con i leader del Congresso sorridenti. Questa riforma reaganiana ha cambiato la storia della presidenza? “Il taglio delle tasse è stata una grande vittoria per Trump e per i repubblicani al Congresso. Però è stata ottenuta a caro prezzo. I perdenti di questa legge sono i non-troppo-ricchi, i professionisti con stipendi alti in stati ad alta pressione fiscale come California e New Jersey. Alla Camera, i repubblicani hanno 5 seggi su 12 nel New Jersey e 14 su 53 in California. Con la riforma hanno buttato via molti di questi seggi. I leader del partito hanno deciso che era più importante tagliare le tasse per i finanziatori più ricchi che puntellare i numeri al Congresso”.

 

Una versione della storia presidenziale dice che la riforma fiscale politicamente tonificante e la leadership marziale della coppia Kelly-McMaster ha finalmente messo ordine alla Casa Bianca. Detto altrimenti: Trump può essere domato, contenuto? “Fino a un certo punto – dice Frum – si può pensare di contenerlo. E’ pigro, ignorante, sensibile alla piaggeria, un classico sovrano debole. Eppure la capacità di domarlo ha molti limiti. Né McMaster né Kelly sanno quanto è profondo lo scandalo russo, non sanno tutto ciò che Trump sarà in grado di fare per difendere sé e la sua famiglia. La tenuta del team presidenziale non è stata ancora messa alla prova da una vera crisi. Gli Stati Uniti sembrano muoversi verso un confronto sempre più pericoloso con la Corea del nord. L’ultima parola spetterà a Trump, e a nessun altro”.

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