Un po' più di umanità, Mr Président

Paola Peduzzi

In una lettera aperta al presidente della Repubblica francese, alcuni commentatori ed esperti hanno chiesto di mettere un po' più di umanità nelle politiche migratorie dell'Eliseo: Macron è in arrivo a Calais, sede della “giungla” smantellata sotto i riflettori ma in realtà ancora esistente, e straziante, dove terrà un discorso sull'immigrazione. L'appello arriva dopo quello pubblicato la settimana scorsa dal magazine L'Obs, contro la “disumanità” della presidenza Macron.

 

Laurent Berger, segretario della Cfdt, due esponenti del think tank di sinistra Thierry Pech, il direttore, e Lionel Zinsou, presidente, Jean Pisani-Ferry, professore a Sciences Po e consigliere del presidente Macron ora forse un po' distante, e Jean-François Rial, a capo del gruppo Voyageurs,  hanno scritto sul Monde: le premesse della presidenza macroniana sulla questione immigrazione erano rassicuranti, c'erano “gli auspici per un umanismo responsabile e consapevole”. Ma il risveglio, dopo i discorsi e dopo l'asse con la cancelliera tedesca Angela Merkel, è brusco. “Succede anche che degli eritrei, dei sudanesi, dei siriani, umiliati nei loro paesi, torturati in Libia, tormentati da trasportatori criminali, terrorizzati nel Mediterraneo ed entrati in Europa dalla Grecia e dall'Italia, possano essere privati della libertà in Francia”.

 

C he cosa è successo allora? Che con il Trattato di Dublino “lasciamo agli italiani, ai greci e agli spagnoli, la responsabilità di essere guardiani esclusivi dei nostri proclami di ospitalità”, con costi che noi italiani conosciamo bene. Questo – dicono i firmatari – “ha una sua coerenza, ma non possiamo ritrovarci in una logica del genere per due ragioni. La prima è che rischia di non raggiungere i suoi obiettivi. Se domani delle 'squadre mobili' fanno irruzione nei centri di accoglienza d'emergenza per prendere i nomi dei migranti illegali e degli altri 'dublinati', seminerebbero quello stesso disordine che lei, Presidente, vorrebbe combattere. Perché buona parte degli interessati andrà a vivere nei boschi e nelle strade, formando dei campi di fortuna nuovi, indisponendo gli abitanti e facendo rivoltare gli elettori. Si tratta di un calcolo sbagliato”.

 

La seconda ragione è più profonda e riguarda la “rottura con l'umanismo che lei propone”. Ancora di più, “semina il veleno del dubbio, dopo i centri di accoglienza, le forze dell'ordine visiteranno domani gli ospedali, le mense, le scuole... senza preoccuparsi del segreto professionale e della deontologia degli interlocutori?”.

 

Allora è necessario che il linguaggio del governo non sia doppio, “si può applicare il criterio dell'asilo con rigore e attenzione, ma non si può fare un reale sforzo d'accoglienza offrendo simultaneamente segnali di rifiuto”. Se si vuole davvero proteggere i perseguitati perché ne hanno diritto, “è necessario condividere questa missione con quei paesi europei che si riconoscono in questi valori. Dublino è stato concepito per un mondo che non esiste più, quello in cui le domande d'asilo sono poche e geograficamente meno concentrate”. Bisogna rivedere il trattato di Dublino, bisogna ripartire equamente i rifugiati, bisogna “essere all'altezza dei nostri ideali”, concludono i firmatari, per non “aggiungere un altro mattone al muro d'indifferenza morale che cresce un po' ovunque nel nostro continente”.

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