Il compromesso sui dreamers finisce nel tritacarne di Trump

Mattia Ferraresi

New York. Domenica mattina Donald Trump ha fatto circolare la notizia della “probabile morte” del compromesso con i democratici per risolvere la questione dello status dei dreamers, i clandestini che sono entrati negli Stati Uniti quand’erano minorenni. Un decreto di Barack Obama aveva concesso protezione e aperto una strada verso la cittadinanza per i circa 800 mila interessati, Trump ha revocato il provvedimento con una decisione che ha incontrato le resistenze non solo dell’opinione pubblica ma anche dei giudici – a suo dire politicizzati – di mezza America. Poi Trump ha fatto alcuni passi indietro, ha attinto dal vocabolario dell’amore per mitigare le sue durezze su questo aspetto della lotta all’immigrazione e ha aperto la porta a una tortuosa trattativa con i democratici in cui ha addirittura evocato l’ipotesi di una riforma “comprensiva” sull’immigrazione, termine che per i falchi repubblicani è sinonimo di amnistia. Il Daca, il decreto di protezione dei dreamers, è diventato così la merce di scambio fondamentale nelle intricate trattative fra la Casa Bianca e il Congresso. In cambio di concessioni sui dreamers Trump vuole nuovi investimenti sulla sicurezza, finanziamenti per il muro al confine e altri espedienti per mettere fine all’ “immigrazione a catena”, ma il piano che gli hanno presentato la scorsa settimana il democratico Dick Durbin e il repubblicano Lidsey Graham è “inaccettabile”. “President e, chiuda l’affare, l’80 per cento degli americani vuole dare a questi ragazzi una vita migliore, l’80 per cento degli americani vuole mettere in sicurezza il confine e sistemare il nostro sistema d’immigrazione”, ha detto Graham. Per Trump si tratta di un compromesso inaccettabile, almeno per il momento. Da West Palm Beach ha detto che i sostenitori di questo accordo “non vogliono la sicurezza al confine, non vogliono fermare la droga e vogliono togliere finanziamenti all’esercito, cosa che non possiamo assolutamente permettere. Questi sono alcuni dei punti di attrito”.

  

La distanza fra le parti, che sembrava assottigliarsi negli incontri della settimana scorsa, si è di nuovo allargata in un fine settimana segnato dalle reazioni della base trumpiana, che vede qualunque accordo come un cedimento sul tema che più di ogni altro ha galvanizzato l’elettorato. A complicare lo scenario c’è anche la posizione degli evangelici, comunità che a stragrande maggioranza sostiene il presidente con piglio militante, ma che sulla politica dell’immigrazione è in collisione con Trump e in contrasto anche con le sue stesse idee fino a una decina di anni fa. Nel 2006 George W. Bush aveva arruolato i leader delle chiese evangeliche ispaniche in una campagna per convincere gli arcigni pastori bianchi ad accettare il un percorso per la legalizzazione dei clandestini. Oggi molti di quegli stessi predicatori si ritrovano dalla parte opposta del muro. Sei evangelici su dieci oggi sono a favore di un percorso che porti alla legalizzazione degli immigrati irregolari, e a Washington è in corso uan fervente attività di lobbying per convincere la Casa Bianca a moderare le sue posizioni. L’accordo sul Daca teoricamente dovrebbe essere il passo più semplice per cominciare, un pertugio aperto nella retorica presidenziale che potrebbe, nelle speranza di molti, aprire negoziati più ampi in futuro. Ma il progetto sembra già finito nel tritacarne del twittatore in chief. Alla risoluzione della controversia sui dreamers è legata anche l’approvazione del bilancio che potrebbe evitare di cadere nell’annuale trappola dello shutdowndello stato federale. Venerdì scadono i termini oltre i quali vengono sospesi i servizi non essenziali del governo, ma ora appare impossibile trovare un accordo definitivo, legato com’era alla speranze di un compromesso sui dreamers. Più probabilmente si cucirà all’ultimo minuto una toppa politica per prendere ancora un po’ di tempo.

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