Sulla frontiera di Calais, dove Brexit e migranti si guardano in faccia

Francesco Maselli

Calais. Frontiera è una parola che si sente molto spesso a Calais, piccolo centro portuale del nord della Francia che si affaccia sulla Manica. La città è il punto cardine del transito di uomini e merci tra l’Europa continentale e il Regno Unito: il suo porto è uno dei più grandi della costa, ed è qui che inizia il tunnel della Manica che sbuca a Dover, in Inghilterra. Calais è famosa per aver ospitato “la giungla”, un gigantesco campo profughi, oggi smantellato, che ha accolto nelle fasi più affollate più di diecimila migranti.

  

E’ attorno alla città che convergono due discussioni fondamentali per il futuro dell’Europa: la Brexit e la gestione dei flussi migratori. Il presidente Emmanuel Macron arriva qui oggi per incontrare gli eletti locali, gli imprenditori e le associazioni umanitarie. Poco dopo essere stato eletto, Macron aveva promesso che nessun migrante avrebbe più dormito senza riparo entro la fine dell’anno, ma a Calais, in particolare, circa settecento persone continuano ad abitare in città, la maggior parte accampate in periferia attorno ai punti di ristoro. Il Foglio ha potuto visitare uno dei campi provvisori per capire le condizioni durissime nelle quali queste persone attendono di potere infilarsi di nascosto in un tir e raggiungere il Regno Unito. Le associazioni e molti deputati di En Marche! chiedono al presidente più umanità nella gestione dei flussi migratori, tema al quale il governo sta già lavorando: un disegno di legge dovrà essere presentato nelle prossime settimane. Il secondo dossier che Macron affronterà in settimana è la Brexit, al centro dell’incontro con Theresa May previsto per giovedì a Sandhurst, a pochi chilometri da Londra.

  


Foto di Francesco Maselli

  

I due problemi sono legati: Calais e il nord della Francia diventeranno la frontiera tra Europa e Regno Unito, e le diplomazie dei due paesi lavorano da tempo per evitare gli effetti più deleteri causati da una hard Brexit. Tra Francia e Inghilterra non ci sono negoziati che riguardano direttamente la Brexit, ma quotidiani scambi per aiutare l’équipe di Michel Barnier, capo negoziatore dell’Unione europea, a comprendere le difficoltà tecniche del dossier. Calais e la regione Hauts-de-France rappresentano circa la metà del trasporto tra Regno Unito ed Europa, una cifra di affari di 450 miliardi di euro. Ogni anno circa 4,5 milioni di tir transitano attraverso il porto di Calais, quello di Dunkerque o l’Eurotunnel.

  


Foto di Francesco Maselli

  

Jean-Paul Mulot, rappresentante permanente nel Regno Unito della regione Hauts-de-France, spiega al Foglio perché Calais non è un problema soltanto francese: “Da qui passano merci di tutta Europa, in particolare nei settori dell’automobile, della costruzione aeronautica e dei macchinari industriali. Moltissime aziende assemblano nel Regno Unito, ma i primi tre paesi fornitori di materiali sono Germania, Francia e Italia”. Secondo Mulot “una hard Brexit sarebbe un disastro per la fluidità del commercio. Molte merci extracomunitarie arrivano nei porti europei, passano i controlli alle dogane e poi girano ‘libere’ nel continente. Circa l’8,5 per cento delle merci che arrivano a Rotterdam è destinato al Regno Unito, immaginate che cosa vuol dire rifare da zero i controlli una volta arrivati a Calais”. Un porto di controllo doganale, ci spiega il funzionario nel corso della nostra conversazione, ha bisogno di tecnologie, infrastrutture e personale: nuove dogane tra il Regno Unito e la Francia implicano costi elevati. Chi pagherà gli investimenti? “La soluzione più intelligente è che ognuno paghi la sua quota, ovviamente dal nostro lato le spese dovrebbero essere divise tra stato centrale, regione e Unione europea. E’ importante, inoltre, che si lavori per creare infrastrutture omogenee, non ha senso avere un tipo di tecnologia in Francia e un altro in Inghilterra. Sarebbe un disastro così come pensare di poter risolvere il problema delle infrastrutture soltanto dopo i negoziati per Brexit. E’ una questione che va pensata e risolta adesso, gli affari non possono aspettare”.

 


Foto di Francesco Maselli

 

Jean-Marc Puissesseau, direttore generale della società che gestisce il porto di Calais-Boulogne, ci accoglie nel suo ufficio all’interno della struttura. L’indotto del porto è di circa diecimila posti di lavoro, ci dice, ed è assolutamente prioritario che lo stato francese se ne occupi. Anche Puissesseau, come Mulot, ci spiega che la velocità è fondamentale: “Ogni giorno qui transitano circa tremila autocarri. Ognuno impiega circa un’ora per superare i controlli e imbarcarsi, e poi circa un’ora e un quarto per attraversare lo stretto. Capirete che se aggiungiamo soltanto venti minuti di controllo supplementare, moltiplicato per la quantità di mezzi che dobbiamo trattare, la perdita di capacità è catastrofica. Macron deve prendere in mano questa parte del dossier: la Francia non può lasciare tutto nelle mani di Bruxelles”.

 

Il porto ha conosciuto un notevole aumento dei traffici commerciali e un conseguente allargamento della capacità, una nuova area del porto sarà pronta nel 2021: “La cifra di affari è cresciuta di circa il 2 per cento annuo dai primi anni Duemila. Entro il 2030 dovremmo passare da due milioni di tir all’anno a tre milioni, ecco perché abbiamo bisogno del nuovo porto. Se dovesse esserci una hard Brexit le previsioni potrebbero cambiare e l’investimento non avrebbe più senso. Ma io sono ottimista, come il presidente. Si troverà una soluzione”.

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