"Le puttane velate non andranno mai in paradiso"

Giulio Meotti

Roma. Abnousse Shalmani dice di essere nata diverse volte. La prima a Teheran sotto lo Scià. La seconda quando, nell’Iran di Khomeini, rifiutò di indossare il velo a scuola. La terza calpestando il suolo francese. E la quarta quando ha scoperto la letteratura libertina del XVIII secolo. Fra le cinque promotrici dell’appello per la “libertà di importunarci” contro il movimento #MeToo c’è questa scrittrice franco-iraniana, Abnousse Shalmani. Ha scritto per Grasset un libro di memorie “Khomeiny, Sade et moi”. “Rifiutiamo il puritanesimo” ha detto Shalmani ai microfoni di France Culture, a difesa del suo manifesto bollato come un “tradimento delle donne”. “Rifiutiamo il respiro della censura e il ritorno della teoria della ‘protezione’ delle donne che la accompagna”. Shalmani lo chiama “femminismo pudibondo” e dice che ha qualcosa a che fare con il fanatismo: “Sono nata in Iran e ricordo, dopo la rivoluzione di Khomeini, mio ​​padre seduto nel salotto con una pila di libri appena comprati ai piedi. Sfogliava le pagine febbrilmente, alla ricerca della censura. E infatti, intere pagine erano vuote di parole. Censurate, proibite. Questa immagine mi ha segnato terribilmente. Riscrivere la ‘Carmen’ da un punto di vista artistico è una cosa, riscriverla sotto l’ingiunzione morale è un’altra. Toccare il campo artistico in nome della moralità è totalitarismo”.

 

Il riferimento è alla recente rivisitazione dell’opera di Bizet nella quale, in omaggio al neofemminismo, è la Carmen a uccidere don José e non viceversa. Invece che di “intersezionalità” e di “spazi sicuri”, Shalmani invita le donne a nutrirsi di Colette. “Il ‘nuovo’ femminismo – intersezione, razza o altre espressioni derivanti dal ‘Newspeak’ (‘1984’ di Orwell, ndr) – mi fa rabbrividire. Ciò che disturba è l’idea di ‘tutte le donne’, questo status di vittima”.

 

E’ iraniana anche la scrittrice francese che nel 2006, assieme ad altri undici intellettuali, ha firmato il manifesto “Insieme contro il nuovo totalitarismo” a difesa delle vignette danesi e di Charlie Hebdo. Si chiama Chahla Chafiq, è una femminista esule a Parigi e collaboratrice del Monde. E’ franco-iraniana Marjane Satrapi, l’autrice del fumetto-scandalo “Persepolis”, che a nove anni in Iran fu costretta a portare il velo in pubblico e vide impotente la morte dello zio, attivista comunista. Con un libro che è un grido di battaglia, “Bas les voile!”, un’altra franco-iraniana, Chahdortt Djavann, è stata consulente della commissione Stasi durante l’elaborazione della legge sulla laicità e il velo islamico. Ha attaccato “le moine delle paladine del velo” e gli intellò che predicano il velo come “mezzo di cambiamento”. Djavann ha fatto di nuovo scandalo, pochi mesi fa, pubblicando il libro “Les putes voilées n’iront jamais au paradis”. Ovvero, le puttane velate non andranno mai in Paradiso.

 

Un “dispotismo erotizzato”, così Djvann definisce il regime iraniano, “un sistema che vuole controllare tutti fino alla vita sentimentale e sessuale. Gli islamisti hanno orrore della femminilità e odiano il loro stesso oggetto del desiderio: la donna”. Si lamenta che “l’occidente è in declino” e che “gli attacchi terroristici sono il risultato di trent’anni di ‘jihad sotterraneo’ di ideologi islamici molto saggi e intelligenti”. E’ fiera di essere francese, Djavann: “Il giorno in cui ho ottenuto la cittadinanza francese, ho strappato il passaporto iraniano”. E’ il paradosso di queste esuli adottate dai Lumi che, molto più delle sorelle perbeniste nate in occidente, lottano contro tutti i veli, compreso quello dei matti politicamente corretti. Perché il boudoir è meglio del burqa e di un safe space.

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