Tutti gli shithole del presidente

Redazione

Donald Trump ora nega di aver detto shithole, il termine che anche i morigerati media americani ripetono apertamente, in quanto virgolettato presidenziale, né di aver usato un “linguaggio volgare” per descrivere i paesi d’origine degli immigrati, ma testimoni dei due partiti che erano presenti all’incontro in questione confermano. Quando si crea un conflitto del genere, senza prove definitive, il senso comune suggerisce di diffidare delle smentite di Trump e di dare fiducia invece alle orecchie degli altri presenti. Così hanno fatto molti repubblicani al Congresso, a partire dallo speaker Paul Ryan, che ha definito l’episodio “unfortunate” fino ad arrivare a senatori nevertrumper come Jeff Flake, secondo cui la vicenda è “repulsiva e abominevole”, non si tratta di parole “dure”, come le chiama il presidente. Obliterate le questioni del bon ton e dell’opportunità, rimane il problema politico dello shithole. Come ha ricordato Bob Costa del Washington Post, di fronte a un episodio del genere tutti gli alleati di Trump verranno giudicati non per quello che spifferano a porte chiuse ma per quello che dicono on the record, e il silenzio è una presa di posizione. Ed è qui che la questione si complica. Il presidente e il suo clan silenzioso e connivente sono sopravvissuti al grab by the pussy, alle giustificazioni per i neonazisti di Charlottesville e ad altre decine di volgarità e insultanti imprudenze, non sarà una bruttura con sottotoni razzisti detta a porte chiuse a disarcionarlo. Da questo si deduce una legge fondamentale: denunciare le volgarità trumpiane è doveroso, ma gridare continuamente “ha detto shithole!” non è una strategia politica.

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