La rischiosa danza protezionista di Trump sul Nafta, fra bluff e gite a Davos

Mattia Ferraresi

New York. I funzionari del governo canadese sono sempre più convinti che Donald Trump voglia uscire dal Nafta, l’accordo di libero scambio con Messico e Canada che da un quarto di secolo è il totem polemico dei paladini del nazionalismo protezionista. Sono state due fonti del governo di Ottawa a riassumere alla Reuters l’umore del palazzo, e del resto il presidente americano ha agitato senza posa la minaccia di smantellare il Nafta dall’inizio della campagna elettorale. Poi la furia protezionista di Trump si è apparentemente moderata. Con la mediazione accorta di Justin Trudeau, il primo ministro che occupa una posizione alta nella speciale classifica dei leader che riescono a gestire i rapporti con Trump, gli Stati Uniti si sono seduti a un tavolo per rinegoziare i termini del trattato. Alla fine di gennaio ci sarà a Montreal la sesta e penultima sessione, ma i canadesi lasciano trapelare sfiducia sull’esito finale, a causa delle richieste esagerate dell’Amministrazione americana. Mercoledì i maggiori titoli industriali a Wall Street hanno sofferto dopo la diffusione delle voci, il peso messicano si è deprezzato e il dollaro canadese ha toccato il picco negativo dell’ultimo anno. Anche il chief executive della Bank of Canada, Dave McKay, ha detto che sono aumentate le probabilità che l’accordo salti.

 

Il rappresentante del commercio, Robert Lighthizer, ha messo ul tavolo tre proposte di riforma del trattato e la prima, obiettivo massimo dei nazionalisti, contiene tutti gli elementi richiesti dai critici storici del Nafta: la possibilità per ogni paese di uscire dal meccanismo che permette alle compagnie di denunciare i governi per pratiche discriminatorie, un sostanziale rafforzamento del principio “buy America”, in particolare nel settore automobilistico, dove i negoziatori chiedono che metà di ogni auto sia prodotta negli Stati Uniti, e l’85 per cento del veicolo nei paesi del Nafta; infine, si chiede una revisione completa dell’accordo ogni cinque anni. All’inizio delle trattative i partner commerciali erano decisi ad andare a vedere il bluff di Trump, ma ora inizia a circolare l’ipotesi che non si trattasse di una boutade per lisciare il pelo dell’elettorato dalla parte giusta.

 

Fra la ratifica e lo smentellamento c’è poi un terzo scenario possibile, quello in cui Trump agita scaltramente la minaccia dell’uscita per aumentare il suo potere negoziale. Il trattato prevede che un paese che intende uscire dagli accordi depositi un annuncio scritto sei mesi prima della data effettiva. La consegna della lettera va partire subito una serie di procedure per preparare il divorzio, ma non vincola il paese a uscire effettivamente dal trattato. E’ una dichiarazione d’intenti rivedibile, non un impegno definitivo. Significa che Trump potrebbe arrivare fino al punto di vergare una minaccia di uscita dal Nafta e nello stesso tempo tentare di costringere i partner a continuare un rischioso negoziato in cui l’incombente countdown potrebbe dare un vantaggio tattico alla Casa Bianca. Si tratterebbe di una forzatura irrituale, ma Trump è un artista di questo genere, e la delegazione guidata da Lighthizer è composta dagli elementi più protezionisti dell’Amministrazione. La partita del Nafta si complica in un momento di apparente riposizionamento dell’amministrazione su alcuni temi portanti della retorica trumpiana. L’ingloriosa fine di Steve Bannon sembra segnare il tramonto degli istinti antiglobalisti più rabbiosi, e l’annuncio che il presidente andrà a Davos potrebbe andare nella stessa direzione. La Casa Bianca dice che andrà soltanto per guastare la festa alpina delle élite globali, ma a ben vedere il presidente si è circondato di “uomini di Davos”. Loro, a differenza dei Bannon, sopravvivono a ogni tempesta.

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