Trump rimette mano al muro. La danza sul confine fra bilancio e dreamers

Mattia Ferraresi

New York.  La repentina decisione dell’Amministrazione Trump di rimpatriare duecentomila rifugiati di El Salvador, accolti con un permesso di soggiorno temporaneo dopo i devastanti terremoti del 2001, ha riaperto il dibattito mediatico sull’immigrazione, ma nel palazzo la questione è più viva che mai, e non riguarda soltanto il mancato rinnovo delle protezioni temporanee per le vittime di catastrofi naturali. Fra il Congresso e la Casa Bianca va in scena in questi giorni un complicato dialogo che unisce lo shutdown del governo federale, che in mancanza di un accordo scatterà il 19 gennaio, al compromesso sui dreamers e infine alla ciclica discussione sul muro al confine con il Messico. Ogni offerta di compromesso da un lato è bilanciata da richieste politiche dall’altro. I democratici premono perché il voto per finanziare lo stato federale, ed evitare la chiusura dei suoi servizi essenziali, sia legato a un compromesso per salvare i dreamers, gli 800 mila clandestini che sono entrati nel paese quando erano minorenni al seguito dei genitori, e che poi si sono in buona parte inseriti in percorsi educativi che li avrebbero portati a ricavarsi uno spazio di diritto nella società americana, o almeno così pensavano quando Barack Obama ha firmato la sanatoria per i dreamers nota come Daca. L’Amministrazione Trump ha revocato il decreto, esposto a rischi di incostituzionalità, e poi ha aperto un tavolo con i democratici per risolvere il limbo dei dreamers con un compromesso politico. Ieri lo speaker della Camera, Paul Ryan, ha detto che i repubblicani “vogliono una soluzione di compromesso sul Daca” che possa “eliminare la necessità di questo decreto entro i prossimi cinque o dieci anni”, ma occorrono delle garanzie. Per certificare la sanatoria obamiana, ha detto Ryan, “dobbiamo essere certi che sia garantita la sicurezza interna ed esterna del nostro confine”.

 

Ed è qui che la Casa Bianca ha rilanciato la questione, sopita ma mai tramontata del muro, la contropartita che il presidente chiede in cambio di un accordo che i democratici vogliono ad ogni costo. Lunedì Trump in Tennessee ha ripetuto il mantra della campagna elettorale: “Costruiremo il muro”, e anche ieri, prima dell’incontro del presidente con i rappresentanti del Congresso, la Casa Bianca ha ricordato che la questione dei dreamers è subordinata al finanziamento del muro. Per i democratici finanziare il “muro immorale” (copyright Nancy Pelosi) è una proposta inaccettabile, e usano la scadenza dello shutdown per aumentare il loro potere negoziale. I rappresentanti del Congresso hanno anche fatto capire che si potrebbe arrivare a un’intesa temporanea per estendere i finanziamenti del governo e guadagnare così un po’ di tempo per trovare un’intesa più ampia, dando vita a un’estenuante danza di richieste e compromessi che si ripete puntualmente ogni anno.

 

Cosa esattamente intenda poi l’Amministrazione quando parla di “muro”, termine simbolicamente fondamentale ma elusivo in termini concreti, è un altro elemento non chiaro in questa complicata equazione politica. Il piano di spesa presentato la settimana scorsa al Congresso prevede 18 miliardi di dollari in dieci anni per costruire una barriera continua lunga novecento miglia, oltre la metà dei 33 miliardi richiesti in totale per la sicurezza del confine meridionale. Il paradosso del muro, così come è concepito e messo a budget dall’esecutivo, è che rischia di diminuire il livello di sicurezza per gli Stati Uniti. I dati del dipartimento della Sicurezza nazionale dicono che la maggior parte dei clandestini non penetra dal confine poroso nottetempo, ma più semplicemente viola i termini di un visto di breve durata ottenuto legalmente. Anche la droga che arriva da sud passa in gran parte per punti di acceso legali, portata dai cartelli del narcotraffico e agevolata dalla corruzione dilagante: non è con un muro di mattoni che si fermerà lo smercio su larga scala. Il budget presentato dal presidente, inoltre, toglie finanziamenti ad strumenti tecnologici per la sorveglianza che sono invece cruciali per la sicurezza, come sanno tutti le amministrazioni americane dopo Clinton, che ha inaugurato il processo di fortificazione “smart” del confine. Ma la dimensione simbolica e politica del muro è irrinunciabile per Trump e la sua base, come dimostra anche la discesa in campo del controverso sceriffo Joe Arpaio, già graziato dal presidente, che si presenterà alle complicate primarie per un posto da senatore in Arizona.

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.