Il confine di Trump

Mattia Ferraresi

New York. Martedì sera una corte federale di San Francisco ha bloccato, temporaneamente, il decreto di settembre con cui Donald Trump ha revocato il Daca, il programma per la protezione dei dreamers, i clandestini entrati negli Stati Uniti quando erano minorenni e poi accolti a tempo indeterminato con un’amnistia per ordine esecutivo. Il giudice William Alsup ha scritto che “l’Amministrazione deve mantenere il Daca su base nazionale”, una posizione già espressa in diverse sedi legali dopo la controversa decisione di Trump. La reazione del presidente è stata, al solito, duplice: un comunicato della Casa Bianca ha definito “oltraggiosa” la decisione “specialmente alla luce dell’incontro bipartisan molto positivo con i membri del Senato e della Camera alla Casa Bianca” e ha promesso che il governo “lavorerà con i membri di entrambi i partiti per raggiungere una soluzione permanente che corregga le azioni incostituzionali intraprese dalla precedente Amministrazione”.

     

In contemporanea, un tweet di Trump soffiava sul fuoco del complotto politico in toga: “E’ chiaro a tutti quanto è ingiusto e corrotto il nostro sistema giudiziario quando le accuse passano sempre dal Nono distretto e quasi sempre vincono prima di essere ribaltate in gradi di giudizio più alti”. Il Daca è solo una delle tessere del mosaico dell’immigrazione tornato prepotentemente in primo piano in questi giorni, e del resto la lotta ai clandestini e la chiusura dei confini sono i temi che riassumono l’intera ascesa di Trump e del suo sghembo nazionalismo identitario, concepito per proteggere i dimenticati della globalizzazione.

  

Trump rimette mano al muro. La danza sul confine fra bilancio e dreamers

Il complicato dialogo tra il Congresso e la Casa Bianca. Ogni offerta di compromesso da un lato è bilanciata da richieste politiche dall’altro

 

Ora la Casa Bianca sta negoziando con i democratici una forma di protezione stabile dei circa 800 mila dreamers a cui Obama aveva dato garanzie, la trattativa è stata legata al dibattito sul rifinanziamento del governo federale e in cambio di un compromesso sul Daca Trump chiede nuovi finanziamenti sulla sicurezza del confine, una profonda riforma o l’eliminazione della lotteria che distribuisce Green card e altri provvedimenti che contribuiscano a realizzare l’onnipresente correlativo oggettivo della campagna elettorale: il muro. A questi elementi va poi aggiunta la recente decisione, accolta con il solito, altissimo sdegno nel mondo antitrumpiano, di porre fine al programma di accoglienza temporanea per gli abitanti di El Salvador che sono stati ospitati negli Stati Uniti dopo i catastrofici terremoti del 2001. I circa 200 mila salvadoregni che hanno beneficiato di questo status speciale dovranno rientrare nel giro di un paio di anni.

     

Sullo sfondo, infine, c’è sempre il Travel ban, misura eseguita, bocciata, riscritta per due volte e infine approvata, benché in forma temporanea e da rivedere, dalla Corte suprema, che nonostante le interpretazioni tendenziose – ogni giorno i media liberal raccontano la storia di un medico o uno scienziato a cui è negato il visto per andare a una conferenza in America – va collocata nell’ambito delle politiche sulla sicurezza nazionale, non in quello dell’immigrazione. Rimane la questione: in un anno di governo, Trump è stato il grande castigatore dei “bad hombre” venuti a depredare il paese? Ha sigillato la frontiera per difendere l’America bianca e frustrata? Ha scatenato tutte le forze che la sua retorica law and order gli ha concesso di immaginare per raggiungere l’obiettivo di “rimuovere in breve 2 o 3 milioni” di illegali con reati a carico, come da promessa elettorale? La risposta dei numeri è negativa.

  

Nell’anno fiscale 2017, che comprende dunque alcuni mesi sotto la guida di Obama, ci sono stati 226.119 rimpatri di clandestini, una diminuzione del 6 per cento rispetto ai 240.255 del 2016. Sono cifre che non arrivano a eguagliare il lavoro al confine negli anni più clementi dell’Amministrazione Obama e sono lontanissime dai 419.384 rimpatriati nel 2012, l’anno dei record. Gli irregolari intercettati dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice) nel raggio di 100 miglia dal confine e nel giro di 14 giorni dall’ingresso – i termini entro i quali gli agenti possono espellere gli interessati senza appello – sono calati del 24 per cento, mentre è aumentato leggermente il numero dei rimpatriati stanati dalla polizia oltre questi termini, i cosiddetti arresti interior.

 

Chi non si arrende alle evidenze che per ora raccontano di un trend in diminuzione tende a sottolineare che è aumentato a dismisura il numero di arresti fra gli irregolari che non hanno commesso reati, il che suggerisce una campagna casa per casa, per intercettare e cacciare immigrati che magari vivono da anni o da decenni negli Stati Uniti rispettando le leggi, e hanno la sola colpa di non essere in regola. A parte le difficoltà materiali nel realizzare quest’impresa semplicemente fornendo 5 mila nuove unità alla polizia di frontiera, Trump ha in realtà soltanto esteso la lista e la tipologia dei crimini che fanno scattare un’azione di polizia. Obama aveva dato massima priorità ai criminali violenti, mentre con un ordine esecutivo poco dopo l’insediamento Trump ha stabilito che gli agenti dell’immigrazione devono mettere nel mirino anche i clandestini con imputazioni non ancora passate in giudicato, quelli che non sono imputati ma hanno “commesso azioni che costituiscono una offesa criminale punibile”, quelli che ricevono impropriamente servizi di welfare e chi commette infrazioni minori, ad esempio violazioni del codice della strada.

 

L’operazione congiunta in un centinaio di store 7-Eleven in tutto il paese, giustificata da un’indagine sulle pratiche di assunzione e nella quale sono state arrestate diverse decine di illegali, è un esempio del metodo abbracciato dalla Casa Bianca. Si tratta di un incremento della severità che non segnala alcuna rivoluzione nell’approccio all’immigrazione. Trump non ha dichiarato guerra agli immigrati colpevoli soltanto del loro status, ma certamente la ridefinizione delle regole di ingaggio ha dato agli agenti nuove possibilità di azione. L’Ice ha dichiarato che, secondo i criteri fissati dall’Amministrazione, il 92 per cento degli irregolari arrestati nell’anno fiscale 2017 aveva una condanna penale, era in attesa di giudizio, era scappato dalla polizia di frontiera oppure era entrato per la seconda volta illegalmente nel paese. In un panorama dove il presidente che ha scommesso tutto il suo bagaglio demagogico sulla retorica della frontiera sono i repubblicani anti immigrazione a essere delusi, e con loro i nazionalisti orfani di Steve Bannon. Mark Krikorian, avanguardia della lotta migratoria, fa circolare un meme calcato sul disastroso scivolone che è costato la rielezione a George H.W. Bush. Trump che si porta un dito alle labbra: “Read my lips, no new amnesties”.

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