Le idee antipopuliste non funzionano

Giuliano Ferrara

La cosa riguarda Trump e l’Antitrump, ma ce la ritroveremo anche qui da noi, verso il 4 marzo. Quale cosa? Il fatto che le idee schierate contro il mito populista e nazionalista, che non è un’utopia ma appunto un mito soreliano, una “chiamata alle armi”, non funzionano. La Francia fa eccezione, notevole ma eccezione, per via della centralità inattaccata dello stato in quella storia e tradizione politica. Come scrisse a caldo dopo l’elezione di The Donald alla Casa Bianca Steven B. Smith, un professore straussiano di Yale, il mito non si lascia contraddire con mezzi tradizionali, con il linguaggio razionale, con il pragmatismo. Dunque va benissimo quando il direttore del New Yorker, parlando con Antonello Guerrera di Repubblica, dice cose sensate, e con lui ossessivamente lo dicono 24 ore al giorno per 7 giorni alla settimana gli organi di stampa e le televisioni: il capo nazionalista dell’America First mette in pericolo la sicurezza nazionale e internazionale con i suoi tuit “geniali”, alimenta la divisione ideologica in forme che sacrificano al politicamente scorretto ogni decenza, e lo squalificano, mentre mostra una tendenza dispotica nel suo appello disintermediante al popolo anche quando realizza obiettivi della tradizionale politica repubblicana, come il tax plan che riduce lo spazio dello stato. Va benissimo, ma non funziona. Finché i democratici americani non costruiranno una big tent, una coalizione ampia, e uno strong leader, uno che sappia dire cose diverse da quelle che dice Trump ma con un linguaggio capace di bucare la websfera e la coscienza pubblica alla sua altezza, o bassezza, difficile combinino gran che. Finché ripetono ogni volta che “mai un presidente si era comportato cosí” e contrastano Trump con il ditino alzato della correzione protocollare e l’urlo dell’indignazione, temo ci sia poco da fare. E’ come rimproverare al presidente che viola tutte le regole di essere proprio quel mito che una minoranza di cittadini, sufficiente alla conquista del Collegio elettorale e della maggioranza repubblicana al Congresso, ha scelto di seguire, di idoleggiare persino. Nel laboratorio Italia avevamo già, in circostanze diverse ma analoghe, visto bene come solo l’emulazione renziana sia riuscita a costruire, contrapponendosi alla politica dell’indignazione e del lock him up, Berlusconi in galera, una leadership stabile e produttiva, sebbene in forza per un periodo di soli tre anni (per il resto si vedrà, a regole elettorali cambiate).

 

Per essere più chiaro sulle idee antipopuliste che non funzionano, vi faccio l’esempio di Niall Ferguson, che pubblica un nuovo libro dal titolo “La piazza e la torre. Le reti e il potere dai Massoni a Facebook”. Ferguson. Storico brillante, conservatore ma liberale, dunque uno degli sconfitti dello spirito del tempo, pensa di prendersi la rivincita elaborando la seguente teoria. 

  

Nel 1517, con l’esplosione della Riforma e i caratteri mobili di stampa che formano la rete antigerarchica luterana, nasce il tempo moderno, che dura in quella forma diciamo “social” fino a oltre la Rivoluzione francese e Napoleone Bonaparte, con alti costi in conflitti e guerre e fanatismi, a parte il risvolto liberante dell’individualismo. Salta l’idea fondante di gerarchia, una trovata millenaria che era servita a organizzare l’umanità dai tempi biblici della profezia in avanti. Con il Congresso di Vienna, in cui fu riaffermata la legittimazione gerarchica dopo l’ubriacatura illuminista e riformata, e furono reinstaurate le monarchie, quel tempo antigerarchico ebbe fine. Per risorgere poi, e riaffermarsi oggi con forza, per altre vie, la principale delle quali adesso è la rete, parola che una volta significava attrezzo per la pesca e ora ha un risvolto politico-sociale, perfino in senso ontologico, diverso: è la nuova sorgente del potere e il nuovo stigma che corrode con la sua struttura orizzontale, la piazza, le regole della vecchia democrazia liberal-borghese delle élite. E come conclude quest’uomo generalmente lucido, alla ricerca di una via d’uscita dal marasma globale di cui Trump e altri fenomeni analoghi sono espressione? Conclude in modo bizzarro, rivalutando la monarchia inglese, “al di sopra dei partiti e fattore di stabilità gerarchica”, o le monarchie del medio oriente, giudicate i regimi più sobri, equilibrati e atti a una visione di controllo del destino del mondo dal punto di vista della pace e della convivenza. Il grande critico americano Edmund Wilson, quando il sublime poeta americano fattosi britannico, T. S. Eliot, disse di sé che era “classicista in letteratura, monarchico in politica e anglo-cattolico nello spirito”, parlò di “british snobberies”, snobismi britannici. Ecco, il miglior storico forse della sua generazione, Ferguson, inglese trapiantato in parte in America, per uscire dal marasma suggerisce i cagnolini e i cavalli di Elisabetta II. Una british snobbery. Un’altra idea che semplicemente non funziona.

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