Un sermone obamiano ai Golden Globe rilancia l’avventura politica di Oprah

Mattia Ferraresi

New York. Il maestro delle cerimonie dei Golden Globes, Seth Meyers, ha accolto le signore e i remaining gentlemen, ha officiato il funerale del molestatore collettivo davanti alle schiere di erinni nerovestite e ha scherzosamente proibito a Oprah Winfrey di candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti. Prima della fine della cerimonia la Nbc aveva twittato “soltanto rispetto per il NOSTRO presidente”, allegando una gif di Oprah, la sua voce di Wikipedia diceva che “basically” aveva annunciato la sua candidatura durante la serata, il suo compagno, Stedman Graham, aveva garantito: “Dipende dalla gente. Lei lo farebbe senz’altro”, Meryl Streep aveva dato il suo endorsement ufficiale: “Questa sera ha lanciato un razzo. Voglio che corra per la presidenza. Non penso che abbia alcuna intenzione di farlo, ma adesso non ha più scelta”.

 

La presentatrice, autrice, imprenditrice, attrice, psicanalista della nazione, motivatrice del popolo, sacerdotessa del culto pop americano, patrona delle storie lacrimevoli e coscienza razziale delle star si è trovata cucita addosso una candidatura per acclamazione popolare dopo il suo discorso per il premio Cecil B. DeMille alla carriera.

 

Un discorso inspirational, come si dice, partito da quella volta, era il 1964, in cui una ragazzina seduta sul pavimento di linoleum di una casa della periferia di Milwaukee ha visto Sidney Poitier vincere l’Oscar, un uomo nero infine celebrato dalla cultura bianca di Hollywood, e si è conclusa con l’impietosa presa di coscienza dello stato dell’America di oggi, un paese lacerato dalle divisioni dove anche la stampa libera è “sotto assedio”.

 

Oprah ha parlato, con la consueta retorica circolare da sermone, della “speranza di un futuro luminoso, anche durante le nostre notti più oscure”.

 

Donald Trump non è stato citato nel discorso sul “nuovo giorno che si staglia all’orizzonte”, ma aleggiava come al solito al di sopra del consesso. La statura presidenziale del discorso ha infiammato l’elegante uditorio e da lì tutto il mondo che stava in ascolto, oscurando quasi completamente la contesa cinematografica, le premiazioni, il talento, l’arte e tutti gli elementi che in questo frangente storico sono diventati cornice e sovrastruttura di battaglie morali e politiche.

 

Reese Witherspoon ha introdotto Oprah con parole simili a quelle che nelle megachurch del Midwest usano per descrivere Gesù. Rachel Brosnahan, migliore attrice di una serie tv, quando è salita sul palco e ha visto lei in prima fila si è paralizzata, ha detto “Hi, Oprah” e le sono scivolati via dalla testa tutti i pensieri, i ringraziamenti, le parole. Oprah è innanzitutto un’esperienza spirituale, una religione gnostica. L’idea di una sua corsa alla presidenza, da lei sempre negata e rigettata, assume un’intonazione particolare in questo frangente: è una donna dello spettacolo nell’America dei Trump e dei Weinstein, un’afroamericana di origini umilissime nell’America della alt-right e di Charlottesville, è la madrina naturale per Me Too e Black Lives Matter, sulla sua figura si sovrappongono naturalmente diverse oppressioni e battaglie civili, configurazione di quella che nella neolingua della correttezza universitaria si chiama intersectionality.

 

Il problema che l’ispiratissimo discorso dei Golden Globes pescasse a pienissime mani dal vocabolario retorico della “hope and change” di Obama, che in principio sembrava inesauribile e alla fine ha lasciato l’America con Trump, non è stato percepito dalle schiere democratiche alla ricerca di un leader per disarcionare il presidente nel 2020, nel caso che tutti gli altri mezzi per accorciare il mandato facciano cilecca. La Cnn ha trovato subito fonti vicino a Oprah pronte a giurare che sta “attivamente lavorando” alla discesa in campo, altri media hanno vagheggiato di operazioni di pretattica elettorale già in corso. Politico ha messo in fila i motivi per cui sarebbe ragionevole: “Scommettiamo che ha una popolarità alta presso, beh, chiunque. E’ universalmente conosciuta. Raccoglierà fondi facilmente. Non c’è nessun democratico finora che abbia ipotecato la corsa. Non escludete una come lei”. Lei non si è mai tirata indietro dalla battaglia nel dibattito pubblico, ma si è sempre sottratta alle speculazioni su candidature e virate istituzionali. C’è stato anche un candidato alla presidenza, alla fine degli anni Novanta, che ha lanciato il suo nome per la vicepresidenza: “Insieme saremmo una squadra davvero formidabile”, aveva detto. Il suo nome era Donald Trump.

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.