A furia di dar di scemo a Trump gli antitrumpiani si stanno "rinscemendo"

Paola Peduzzi

Milano. Lui è andato a cercarsela, quando ha detto di essere un genio e anzi uno “stable genius”, ma la reazione è stata sproporzionata, come spesso accade con Donald Trump. Se il capo deve dire “sono il capo”, se il presidente degli Stati Uniti deve dire “sono un genio”, è già evidente che c’è un problema, che c’è una crepa, che nel momento stesso in cui sei costretto a dichiarare certe cose hai già perso. Non c’è bisogno di andare a cercare medici che certifichino una demenza galoppante, l’instabilità poco geniale è già tutta racchiusa in pochi, sciagurati caratteri. Eppure non si fa che parlare di questo, nel mondo che non sa fare i conti con il trumpismo e che cerca ogni modo per abbatterlo, finendo – per dirla con David Brooks, editorialista del New York Times – per “rinscemire”.

 

La fitness mentale di Trump è “una storia globale”, segnala Brian Stetler nella sua newsletter “Reliable Sources”, con i giornali in tutti i paesi che chiedono se il presidente degli Stati Uniti è sano di mente e che spiegano che cosa si intende quando si parla del 25esimo emendamento, cioè se è davvero possibile dimostrare l’incapacità di Trump e levarlo dalla Casa Bianca. Joe Scarborough di Msnbc ha ricordato di aver scritto due volte nella sua rubrica sul Washington Post che molte persone vicine a Trump sostengono già dalla campagna elettorale che ci siano segnali evidenti di demenza: “Ripete sempre le stesse cose, suo padre aveva la stessa malattia, diventa sempre peggio”, dice Scarborough, rivelando che il Washington Post per due volte gli ha impedito di scriverlo, “è bello che il loro standard sia alto, ma ora siamo a questo punto”. Il Post ha dichiarato che “non è una nostra pratica quella di citare diagnosi mediche non certificate”, ma ormai la salute mentale di Trump è una questione mondiale, e pure lo stesso presidente diventa matto (ops) quando sente discutere “di questo fake”.

  

Il libro di Michael Wolff, “Fire and Fury”, ha contribuito grandemente al fatto che si dia tutti di scemo al presidente, e poco importa se molti dettagli sono sbagliati o non verificati, è la “narrative” che conta, no? E’ che pure sulla narrazione ci si sbaglia, ricorda Brooks, perché stiamo dietro ai tweet di Trump e non vediamo che nella “Casa Bianca invisibile” le cose stanno cambiando, ma soprattutto perché gli antitrumpiani (di cui Brooks è “un orgoglioso membro”) stanno diventando come i trumpiani, Wolff ammette di avere voci e storie troppo belle per essere verificate, e se manca l’accuratezza, i nemici finiscono per assomigliarsi tra loro, e chi vince alla fine lo sappiamo già. 

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