Perché l'Ue a trazione bulgara non promette per niente bene

Luca Gambardella

Roma. Quando il 12 gennaio sbarcheranno a Sofia i vertici delle istituzioni europee per la cerimonia inaugurale del semestre bulgaro alla presidenza dell’Ue, è probabile che dietro ai loro sorrisi di rito si nasconda anche una certa preoccupazione. L’Unione si trova nella situazione paradossale in cui il paese più corrotto d'Europa – lo dicono le stime di Transparency International – guiderà gli altri 26 per affrontare partite decisive: le trattative sulla Brexit, la mediazione con il Gruppo di Visegrad sull’immigrazione, l’allargamento dell’Ue nei Balcani, l’approvazione del budget europeo, la politica per la Difesa comune. “La Bulgaria non ha le competenze diplomatiche per gestire le sfide che attendono l’Ue e i suoi ministri sono terribilmente impreparati. E’ probabile che il premier, Boyko Borisov, si limiti a seguire le indicazioni della Germania”, spiega al Foglio Martin Vladimirov, analista del Center for the Study of Democracy (CSD) di Sofia.

   

In molti a Bruxelles credono che l'ultima cosa di cui l’Ue abbia bisogno in questo momento sia una presidenza tanto fragile quanto quella bulgara. Oltre alla corruzione, che secondo uno studio del CSD interessa un quarto della popolazione ed è costata il 15 per cento del pil del paese, l’esecutivo di Sofia è sotto osservazione per gli attacchi alla minoranza rom. Dei “cani randagi”, li ha definiti nel 2014 il vice primo ministro Valeri Simeonov, celebre anche per alcune foto in cui si esibisce in saluti nazisti. Lo scorso anno la commissaria Ue Věěera Jourová si è detta “molto preoccupata” per la deriva xenofoba in Bulgaria e l’europarlamentare svedese Soraya Post ha detto che è “spaventoso che uno come Simeonov sia vice primo ministro di un paese dell’Ue”.

  

Il partito nazionalista dei Patrioti uniti fa parte della coalizione al governo guidata dal centrodestra e, secondo Vladimirov, la sua ascesa è favorita dalle ingerenze della Russia nella politica del paese. Lo stesso succede nel settore energetico, dove la compagnia di stato russa Lukoil controlla il 100 per cento delle importazioni di petrolio. “Un quarto dell’economia bulgara dipende direttamente o indirettamente da Mosca. I russi hanno molti alleati nel governo e potrebbero fare leva sul loro potere economico per influenzarne le scelte politiche”, aggiunge l’analista del CSD. Lo stato delle finanze della Bulgaria è tutt’altro che florido ma resta sotto controllo e tanto basta alla Commissione Ue per evitare di includerla tra gli “stati problematici”. Il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker non si è unito al coro dei critici e anzi spinge da tempo per fare entrare il paese nell’area di libero scambio insieme alla Romania, nonostante le resistenze di Francia e Germania. Sia Juncker sia il presidente bulgaro, Rumen Radev, condividono l’obiettivo di completare il semestre di presidenza senza troppe gaffe diplomatiche e tenendo alla larga le critiche dei più perplessi. Così, Sofia si è prestata a gesti di maquillage politico, piuttosto che a vere riforme.

   

E’ successo anche mercoledì, quando Radev ha posto il veto sulla nuova legge anti-corruzione chiesta dall’Ue ma che lasciava ancora troppe scappatoie a chi dà o riceve tangenti. Un gesto che Vladimirov giudica un mero atto di buona volontà da parte del presidente. “In Bulgaria ci sono due realtà: una, la più superficiale, è quella di un paese in pieno accordo con l’Ue. Ma quella dietro le quinte è invece l’immagine di un paese corrotto, governato da oligarchi, dove Bruxelles è una specie di mucca da mungere”, spiega l’analista. E se il sostegno europeo non dovesse durare ancora, “il rischio è che a trarne vantaggio sia proprio la Russia, che potrebbe porsi come modello alternativo”.

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