Il forgotten man iraniano è furioso

Daniele Raineri

Al sesto giorno consecutivo di proteste, il regime iraniano ha lasciato cadere ogni tentennamento e ogni atteggiamento di finta comprensione e ha cambiato la sua versione dei fatti: i manifestanti nelle piazze non sono più cittadini che sbagliano ma che pure avevano qualche ragione per essere arrabbiati come ha detto il presidente Hassan Rohani, adesso sono agenti mandati da paesi nemici, come dice l’ayatollah Khamenei, e quindi – sottinteso – come tali devono essere trattati. E’ il segnale che Teheran ha abbandonato la speranza che le proteste perdano forza e svaporino da sole e che le considera una minaccia reale per lo status quo. Il primo gennaio le Guardie della rivoluzione – che sono un corpo molto meglio selezionato e armato degli altri, oltre a essere ideologicamente molto più affidabile e compatto – hanno annunciato di avere preso la responsabilità dell’ordine pubblico nella capitale Teheran. Ora da un momento all’altro ci si aspetta che il vasto e ben rodato apparato di repressione iraniano sempre a disposizione del governo per rispondere alle sollevazioni popolari scatti (ancor più di quanto fatto finora, 23 morti e 450 arresti) contro questa protesta che viene da un lato inaspettato. Le marce sparse a macchia di leopardo in tutto l’Iran infatti non nascono dai giovani cosmopoliti di Teheran nord e dell’Onda verde del 2009, che questa volta sono molto in ritardo sulla piazza, ma scaturiscono prima di tutto dal ceto povero conservatore, dalla base solida del potere iraniano – quella che in teoria desidera la stabilità molto più delle libertà civili, ma che in questo caso è esasperata dall’economia stagnante. I testimoni raccontano di cortei con molte donne velate e lavoratori in difficoltà ed è un dettaglio rivelatore che siano cominciati a Mashhad, nell’est del paese al confine con l’Afghanistan, lontano dalle aspirazioni progressiste della capitale e dall’idealismo dei grandi campus universitari. Come l’America aveva lasciato da parte il forgotten man, il lavoratore che si sentiva dimenticato dalla politica e che poi si è tramutato in elettore furibondo e ha votato Donald Trump, così gli ayatollah hanno trascurato una fetta di iraniani. Yassemine Mather, un’attivista che cerca di raccontare senza romanticismi le proteste, dice che gli esempi dell’aumento improvviso del costo delle uova del 40 per cento e l’aumento degli affitti delle case negli ultimi tre anni in alcuni casi dell’80 per cento spiegano il disagio del forgotten man iraniano. Più che la donna che agita lo scialle bianco a Teheran come simbolo della lotta al velo obbligatorio, la scena simbolo potrebbe essere quella dell’iraniana in velo nero che grida all’indirizzo della Guida suprema: “Guarda le mie mani Khamenei, chi è che lavora qui, sei tu o sono io?”. Chi sperava che in Iran il deal sul nucleare del 2015 avrebbe portato più benessere ora non sta meglio, e per di più è spettatore di una politica estera da superpotenza ambiziosa e di una corruzione così dilagante nella classe dirigente che lo stesso Rohani ne ha parlato nel suo ultimo discorso il 10 dicembre. Da Mashhad, dall’est, le proteste si sono allargate rapidamente al resto dell’Iran con modi insoliti. Non sono adunate di massa come nel 2009 ma sono piuttosto piccoli cortei di qualche centinaio di persone, con slogan furiosi: cantano marg bar diktatur, morte al dittatore, riprendendo lo slogan marg bar Amrika, morte all’America, di migliaia di manifestazioni coreografate dal governo. A questa prima spinta naturalmente si aggiungono poi gli altri motivi di rabbia, il disprezzo dei diritti civili, la mancanza di libertà, l’arretratezza: “Usate l’islam per tenerci in povertà”, si è sentito tra gli slogan. Quanto ancora questa onda senza leader e senza un traguardo esplicito – che non sia assoluto: la fine della teocrazia – potrà andrà avanti per ora non è per nulla chiaro.

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