Com'è deferente l'Unione europea davanti al potere iraniano

David Carretta

Bruxelles. Dopo sei giorni di proteste, una ventina di morti e oltre quattrocento arresti, Federica Mogherini finalmente si è decisa a parlare a nome dell’Unione europea sulle manifestazioni in Iran, come le chiedevano di fare deputati europei, esperti di politica internazionale e militanti dei diritti umani. “Forse me la sono persa, ma il Servizio di azione esterna dell’Ue ha dichiarato sul Sud Sudan, ma niente sulle proteste in Iran. Perché questo silenzio?”, si era chiesta martedì pomeriggio su Twitter Judy Dempsey del think tank Carnegie Europe. Dal 30 dicembre diversi eurodeputati avevano invocato un intervento. “Chiedo all’Alto rappresentate e ai governi europei di esprimere pubblicamente solidarietà con l’attuale sollevazione del popolo iraniano”, aveva detto il belga Gérard Deprez quel giorno. Sull’Iran Mogherini “deve dare priorità ai diritti dei cittadini”, aveva scritto su Twitter l'olandese Marietje Schaake. Il silenzio europeo “incoraggia le autorità iraniane” nella repressione, aveva denunciato il ceco Pavel Telicka. Martedì Mogherini ha ritrovato la voce con una dichiarazione pubblicata a tarda sera: “l’Ue sta seguendo da vicino le manifestazioni in corso, l’aumento della violenza e la perdita inaccettabile di vite umane (...). Negli ultimi giorni siamo stati in contatto con le autorità iraniane” e “i diritti umani sono sempre stati una questione centrale” delle relazioni con l’Ue. Nessuna condanna diretta del regime dei mullah, semmai una certa deferenza. “Nello spirito di franchezza e rispetto che è alla base della nostra relazione, ci aspettiamo che tutti quelli coinvolti evitino la violenza e che il diritto a esprimersi sia garantito, anche alla luce delle dichiarazioni fatte dal governo iraniano”, ha detto Mogherini, prima di lanciare un avvertimento che ha scatenato l’ironia dei social media: “l’Ue continuerà a monitorare la situazione”.

 

L’attendismo di Mogherini sull’Iran non è un’eccezione nell’Ue. Per l’Alto rappresentante, la priorità è preservare l’accordo sul nucleare del 2015 che rappresenta uno dei rari successi diplomatici dell’Ue dell’ultimo decennio, anche se non ha portato alle aperture del regime di cui gli europei si erano detti certi. La “difesa dell’accordo con l’Iran” è una delle 12 cose del 2017 che Mogherini intende portare nel 2018, come ha scritto sul suo blog il 1o gennaio: “Un momento difficile per il multilateralismo è arrivato dopo la decisione di Donald Trump di non certificare nuovamente l’accordo sul nucleare iraniano davanti al Congresso americano (…). L’Ue – una potenza affidabile e multilaterale – continuerà a lavorare perché l’accordo venga messo in atto da tutti”, ha scritto l’Alto rappresentante. La seconda priorità è “sostenere Hassan Rouhani di fronte ai falchi”, spiega al Foglio un funzionario vicino a Mogherini: nel contesto politico iraniano “l’attuale presidente rappresenta l’unica speranza di apertura politica”. In questo senso “Mogherini si iscrive in piena continuità con la dottrina Obama”, dice un altro osservatore.

 

Nelle capitali dei 28 ciascuno ha le sue buone ragioni per evitare di condannare in modo esplicito la Repubblica islamica. Quelle di Emmanuel Macron sono innanzitutto geopolitiche. Quest’anno vorrebbe compiere la prima visita in Iran di un presidente francese dalla rivoluzione islamica del 1979. Così, in una conversazione telefonica martedì, Macron si è limitato a chiedere a Rouhani “moderazione” e “calma”. La visita in Iran del suo ministro degli esteri Jean-Yves Le Drian, prevista questa settimana, è stata rinviata ma non cancellata. Per altri, come la Germania, le ragioni del silenzio sono economiche. Michael Tockuss, capo della camera di commercio tedesco-iraniana, ha ricordato alla Deutsche Welle che da gennaio a ottobre la Germania ha esportato per 2,8 miliardi di dollari in Iran contro 328 milioni di esportazioni. Dall’accordo sul nucleare, le imprese di tutti i paesi europei si sono messe a fare la fila a Teheran per prendere contatti e firmare contratti. Se per il petrolio i principali clienti sono Cina e India, gli europei continuano a comprare quasi il 40 per cento del greggio esportato e rimangono ghiotti di gas della Repubblica islamica. Così anche il ministro degli Esteri tedesco, Sigmar Gabriel, è rimasto silente fino a martedì prima di dire la stessa cosa di Mogherini: “Tutte le parti evitino la violenza”.

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