Le femministe fake e le ragazze iraniane

Giulio Meotti

Roma. Il silenzio più evidente è quello dell’Alto commissario Onu per i diritti umani, Zeid al Hussein, il principe giordano sempre pronto a condannare Israele e Stati Uniti, ma del quale per ora spicca il rifiuto di dire una sola parola sulle vittime dell’Iran. C’è il silenzio delle quaranta commissioni del Consiglio dei diritti umani. Non una sola dichiarazione urgente da parte degli esperti in materia di detenzione arbitraria, libertà di parola, libertà di riunione e tortura? Ma è sulle donne che è più assordante il silenzio.

 

La ragazza arrestata e diventata la foto-simbolo delle proteste in Iran sventolava il suo hijab bianco per dire no al velo obbligatorio che la Repubblica degli ayatollah ha imposto a tutte le donne iraniane. Molte giovani in Iran stanno imitando il suo gesto per dire “no” a quella forma di oppressione. Le femministe occidentali sono silenti. Margot Wallström, ministro degli Esteri della Svezia, ha tuittato: “Seguo le dimostrazioni in Iran. E’ importante che la violenza sia evitata. La libertà di manifestare è un diritto umano basilare”. Un po’ pochino per il ministro che si vanta di guidare “il primo governo femminista della storia”.

 

Un anno fa il ministro del Commercio svedese, Ann Linde, e altri dieci membri di sesso femminile del governo Löfven, hanno sfilato di fronte al presidente iraniano Hassan Rohani indossando hijab e cappotti lunghi, in ossequio alle leggi di “modestia” oppressive che in Iran rendono obbligatorio il velo islamico. Nessuna meraviglia quindi che i tweet di Ann Linde in questi giorni non siano stati a favore delle ragazze iraniane che si sono tolte il velo, ma contro il discorso dell’odio online e il cambiamento climatico.

 

Di fronte agli attacchi del leader dei liberali Jan Björklund al tabloid svedese Aftonbladet, Ann Linde si era difesa affermando che non era disposta a violare la legge iraniana, che rende obbligatorio per le donne indossare il copricapo in pubblico da quando c’è stata la rivoluzione islamica del 1979. I tweet di Federica Mogherini, responsabile della politica estera di Bruxelles, parlano invece di “monitoraggio” della situazione in Iran (anche lei ha sfoderato lunghi veli pudichi nelle sue visite a Teheran, compresi molti selfie con gli ayatollah).

 

I gruppi delle femministe americane si preparano a ripetere la “Marcia delle donne” dello scorso anno, ma mentre le loro sorelle iraniane scendono in piazza per protestare contro un governo fondamentalista, alla ricerca di veri e propri diritti per tutti, le organizzazioni femministe americane tacciono. Non dovrebbero mobilitarsi per la causa di queste donne, considerando che la lotta per l’uguaglianza non riguarda i tamponi interni più economici o i pronomi neutri corretti, ma diritti e democrazia in un regime fondamentalista islamico che ha, per decenni, tenuto le donne come cittadine di seconda classe, dettando cosa possono indossare, con chi possono comunicare e che cosa possono fare con le loro vite?

 

L’Organizzazione nazionale delle donne (Now) tace. L’American Association of University Women pure, in teoria impegnata per il “progresso” delle donne in tutto il mondo, non ha nemmeno twittato una foto delle donne nelle strade dell’Iran, troppo impegnata a parlare del “divario salariale”. E le Women’s Marchers? Stanno organizzando una conferenza a Las Vegas. Titolo: “Together We Rise”. Questo mentre le donne implorano per le strade dell’Iran di essere trattate come esseri umani.

 

D’altronde Linda Sarsour, la leader della Marcia delle donne, ha trascorso l’ultimo anno cercando di vendere al pubblico americano l’hijab come un simbolo di “empowerment”. Sarsour ha trascorso gli ultimi giorni a twittare contro il “travel ban” di Donald Trump, il “colonialismo americano a Porto Rico” e a favore del boicottaggio di Israele. Sono i soliloqui della vagina occidentale.

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.