Così Trump cerca di scaricare Flynn

Mattia Ferraresi

New York. Nei tweet di Donald Trump, Michael Flynn è sempre stato un “wonderful man”. L’ex consigliere per la sicurezza nazionale aveva mentito internamente, violando un patto di fiducia ed esponendo il vicepresidente, Mike Pence, a un grave scivolone pubblico. Per questo era stato licenziato dopo soltanto ventiquattro giorni di servizio nell’Amministrazione, ma il presidente ha sempre considerato l’episodio – almeno nella rappresentazione pubblica – come l’errore in buona fede di un collaboratore sbadato, finito poi al centro della più grande caccia alle streghe della storia americana. Trump non ha perso occasione per ribadire che Flynn era in sostanza una brava persona e notoriamente ha fatto pressione sull’allora direttore dell’Fbi, James Comey, perché lasciasse cadere l’inchiesta su di lui. Lo scorso anno ha anche lasciato trapelare l’idea di una grazia presidenziale per l’alleato che durante la campagna elettorale gli aveva aperto molte porte. Ora l’Amministrazione sta mettendo a punto un repentino cambio di linea, e le fonti interrogate dal Washington Post dicono che il presidente è pronto a scaricare il generale in pensione, e la nuova strategia prevede di tacciarlo come un bugiardo senza la minima credibilità. Fra la difesa strenua e improbabile e l’abbandono di Flynn c’è di mezzo l’accordo di collaborazione siglato dall’ex consigliere con lo special counsel, Robert Mueller. Flynn ha accettato di dare informazioni agli investigatori in cambio di un’ammissione di colpevolezza nel reato di falsa testimonianza all’Fbi, questione minore che teoricamente potrebbe portarlo per cinque anni in carcere, nella pratica gli inquirenti chiedono una pena da zero a sei mesi di reclusione. Dall’accordo esce senza macchia il figlio, coinvolto in affari su cui la commissione di inchiesta ha deciso di sorvolare, per convincere Flynn a dire ciò che sa. 

  

I termini dell’accordo reso noto il mese scorso sono incredibilmente favorevoli per Flynn, il che lascia intendere che abbia cose da raccontare che possono compromettere i pochi, pochissimi che nella piramide del potere trumpiano stavano al di sopra di lui. Mueller non si sarebbe fatto sfuggire uno dei pesci più grossi nella vicenda della presunta collusione con il Cremlino se non a fronte di dritte possibilmente definitive. Il cambio di linea di Trump si innesta su questo patto siglato dopo mesi di negoziati in cui gli uomini del presidente non sono rimasti a guardare. Alcune manovre, in primis l’agitazione di una possibile grazia, erano concepite per offrire una sponda al generale disgraziato. Ora i consiglieri del presidente sibilano ai giornali cose del tipo “è un bugiardo, lo ha ammesso lui stesso” e, benché convinti che Flynn non abbia in mano niente per incastrare il presidente, sono decisi a distruggere la sua credibilità, qualunque cosa dica a Mueller. L’idea del “wonderful man” si sta svelando per quello che è: il tentativo del presidente di convincerlo a non cedere alle generose offerte di impunità di Mueller. Nella confusione è intervenuto anche uno dei fratelli del generale, Joseph, che nel giorno di Santo Stefano ha twittato rivolgendosi a Trump: “Presidente, personalmente credo che una grazie sia dovuta al generale Flynn, considerata l’ovvia illegittimità del modo in cui hanno ottenuto la confessione dei cosiddetti ‘crimini’ di cui si è detto colpevole. Le chiedo un’azione rapida su questo”. Ma Trump, finora deciso a difendere il suo protetto con ogni mezzo, ora è dall’altra parte della barricata. Un mese fa l’opinionista Paul Waldman aveva scritto sul Washington Posto: “Se la Casa Bianca improvvisamente cambierà il modo in cui parla di Flynn, attaccandolo invece di presentarlo come un uomo onorevole, sarà una buona indicazione che i sentimenti di Trump sono cambiati”. La profezia si è avverata.

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