C'è abuso e abuso. Il senso comune di Matt Damon contro il sex panic

Mattia Ferraresi

New York. L’avanguardia del movimento Me Too ha castigato Matt Damon, colpevole di avere dato voce a quello strano desiderio di fare delle distinzioni fra i comportamenti che è fumo negli occhi dell’insurrezione femminile. Alla Abc l’attore ha detto che questo cambio della marea è una benedizione epocale, ma poi si è discostato dal copione: “C’è una differenza fra una palpata sul sedere e lo stupro o la pedofilia, no? Tutte queste azioni vanno affrontate e combattute senza il minimo dubbio, ma non dovrebbero essere confuse, giusto?”. Sbagliato, tragicamente, patriarcalmente sbagliato, dicono le movimentiste impermeabili al compromesso.

 

Minnie Driver, che è stata sul set con Damon in Good Will Hunting , ha reagito scandalizzata: “Gli uomini non capiscono che cosa significa l’abuso a livello quotidiano”. Alyssa Milano, l’attrice che ha inventato l’hashtag #MeToo, ha detto che “tutti gli abusi fanno male, e sono tutti connessi al patriarcato, mischiate con la misoginia normalizzata, accettata, perfino accolta”, suggerendo che la tentata distinzione fra i gradi di un abuso è a sua volta un abuso. Il patriarcato inizia dove un maschio osa marcare una differenza di gravità fra comportamenti sessuali parimenti inappropriati. Quando il senatore Al Franken è finito sotto il processo dell’opinione pubblica per aver palpeggiato e messo una lingua di troppo in un bacio di scena, la senatrice Kristen Gillibrand ha tracciato la red line per tutti quelli che avanzavano qualche riserva: distinguere è inaccettabile. Un abuso è un abuso, senza aggettivi né qualificazioni, senza aggravanti né attenuanti.

 

Sulla base di questo ragionamento Franken è stato costretto alle dimissioni, contro il volere della maggioranza dei cittadini del Minnesota, che lo hanno eletto, e mentre agli stessi colleghi democratici che si sono subito schierati contro di lui sorgeva qualche dubbio. Il rumore intorno alle dichiarazioni di Damon segna in qualche modo una fase di resipiscenza rispetto alle erbe fatte in un solo fascio, quella che Masha Gessen sul New Yorker, il giornale da cui molto, se non tutto, è partito, ha descritto con queste parole: “Sfumare i confini fra stupro, costrizione sessuale nonviolenta e sesso brutto, maldestro e ubriaco ha l’effetto di criminalizzare il sesso e di banalizzare lo stupro”. Basandosi non sulle statistiche ma sul senso comune, Bret Stephens, opinionista conservatore del New York Times, sostiene che la maggioranza degli americani adulti sottoscriverebbe tranquillamente le parole di Damon, e questo prova che con la sua egalitaria cecità rispetto ai comportamenti maschili il movimento Me Too “si è spinto troppo oltre”, in quel territorio che è stato chiamato “sex panic”, il terrore panico che fa di ogni avance una molestia e di ogni uomo un colpevole in attesa di condanna. Un sondaggio della Reuters testimonia che la confusione sulle etichette e le gerarchie dell’inappropriato è grande, e ciò che qualcuno è un reato inaccettabile per altri è un peccato minore. Si fa largo una flebile resistenza agli eccessi da Me Too.

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.